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COLOMBIA: IL MESTIERE DI SCRIVERE
conversazione con Rogelio Iriarte
redazione Tranchida
Colombia
Il colombiano Rogelio Iriarte, in un’accorata intervista ci offre un impietoso spaccato della sua bellissima terra impregnata del sangue della sua gente. Il potere, in Colombia come in molte parti del mondo, teme e reprime la libertà generata dall’arte. Da qui la prosa cruda e tagliente di uno scrittore ribelle.

Lungo tutto il romanzo Il principe della morte e in maniera particolare alla fine, emergono alcune dinamiche del potere come la corruzione, l’intimidazione. Non si poteva non notare il fatto che l’unica persona fuori da queste logiche fosse proprio lo scrittore. Qual è, secondo il suo parere, il ruolo dello scrittore oggi, in generale? E nella società colombiana?
Viviamo in una società frammentata e disegnata appositamente dal sistema capitalista. La maggior parte delle persone non riesce neppure a percepire la propria intima condizione; l’uomo è oramai talmente prigioniero che l’unica realtà possibile è quella predeterminata dalle mode e dalle ideologie tollerate. Nonostante ciò la società segue i suoi percorsi naturali, dispiegando la sua gamma infinita di conflitti. Ma l’individuo è sempre meno cosciente di quanto gli accade intorno sebbene, alla fine dei conti, sia proprio lui la vittima e colui che paga le conseguenze della manipolazione deliberata. In questo momento in Colombia il mestiere di scrivere viene considerato sedizioso, pericoloso per il sistema politico, quindi qualsiasi attività di tipo culturale è limitata e l’edizione di libri controllata. Esiste una cultura permessa, manipolata completamente dal governo stesso e dai suoi alleati.
I miei libri indagano all’interno della realtà quotidiana, cioè quello che si ravvisa oltre i mezzi di comunicazione e l’informazione manipolata. Si tratta di fatti concreti presentati da un punto di vista letterario. Radiografie di vita vera, colorate dall’arte. La mia idea è che non ci sia più nulla da inventare nel campo letterario, però molte cose da mostrare della realtà circostante. Sento che sto configurando dei successi che per la loro crudezza demarcano le caratteristiche di un’epoca dura e che, in futuro, potranno servire da documenti su questa fase storica.

I suoi romanzi colpiscono per la crudezza di fatti apparentemente tratti dalla realtà o, che comunque, non sembrano allontanarvisi molto. Che ruolo ricopre la realtà quotidiana nei suoi romanzi? La narrazione si basa su fatti di cronaca oppure è solo finzione?
In verità tutto quello che ho scritto nei miei romanzi continua a succedere per davvero: il sequestro, la corruzione, l’omicidio. Magari come fatti separati gli uni dagli altri, ma costantemente. Quello che io faccio è disporli in maniera letteraria. Prendere gli elementi quotidiani e dar loro una struttura intelligibile. Diciamo che i fatti, per quanto orrendi possano apparire, sono reali, mentre i personaggi che utilizzo sono frutto della mia immaginazione.

Le immagini della Colombia che dipinge o quelle che giungono a noi attraverso i mezzi di comunicazione, sono a tinte molto accese e il ricorso alla violenza e alla tortura sembra essere la norma. Potrebbe raccontarci come vede la situazione colombiana oggigiorno per quanto riguarda i diritti fondamentali dell’uomo (diritti civili, libertà di stampa). Come vengono considerati gli intellettuali?
In questo momento in Colombia c’è un governo interessato solo alle classi alte, a una minoranza. Il governo è una figura che riflette solamente gli interessi delle classi privilegiate. Noi, il resto dei cittadini, viviamo nell’indigenza moderata quando non nella povertà assoluta. La norma generale è una miseria sempre crescente. Questa massa di emarginati non ha praticamente alcun diritto. I diritti umani, la libertà di stampa e quella di libera espressione, sono privilegi delle classi alte, unicamente loro, il resto della gente ha solo il diritto di lasciarsi morire di fame. Non c’è nessuno che ascolti il sentimento popolare. Il diritto di sciopero è represso attraverso i gruppi paramilitari, che pur agendo ai margini della legge, compiono funzioni che beneficiano lo Stato, sebbene lo Stato neghi qualsiasi legame con loro. Gli intellettuali della classe alta vengono magnificati, qualsiasi nefandezza scrivano viene presentata come una novità. Ma l’arte che scaturisce da altri settori della società, semplicemente non ha mezzi per manifestarsi; non esiste alcun sostegno, tutela o programma di governo finalizzato a far risaltare questi valori. Non ci sono più riviste e periodici di opposizione. Per un turista qui non succede nulla, tutto sembra splendente e in via di sviluppo ma se ci si ferma a indagare un po’, ci si potrà sorprendere della crudeltà occultata e della morte premeditata dell’arte popolare.

I suoi romanzi sembrano appartenere al “noir”, per quanto i critici hanno scritto a proposito delle sue opere che si tratta di «un “noir” che prende coscienza». Ha qualche riferimento letterario?
Certamente i miei scritti possono essere inclusi all’interno del “noir”, e ne venni a conoscenza quando qualcuno mi rese consapevole di ciò. Per me si è trattato di un genere naturalmente compatibile con la mia maniera di vedere la realtà. Come lettore, mi considero un lettore libertino, leggo per divertirmi e leggo di tutto. Sì, ho letto a fondo Simenon, e altri scrittori di generi simili, ed è normale lasciarsi in parte influenzare. Ma leggo anche nel libro della vita ed è esattamente da lì che traggo le mie storie.

È da poco stato pubblicato Il principe della morte, romanzo che può essere considerato come il terzo episodio, dopo Gli assassini e Omicidi quotidiani. È corretto parlare di trilogia? Qual è il filo conduttore che lega queste storie?
Adesso mi si dà la possibilità di esporre sul mio stile: quando ho creato il gruppo di poliziotti e lo scrittore Arsenio Cabrales, fu come incontrare una forma di linguaggio attraverso la quale far passare tutti i temi, un asse particolare, una formula vicina alla realtà per poter dare una forma letteraria a dei temi tragici e violenti. Gli assassini, Omicidi quotidiani, Il principe della morte, Il gradevole sapore del cianuro e L’ultima burla. Sono una serie tanto tematica quanto strutturale e spero di poterla continuare, sebbene stia esplorando anche altre strade.

Come vive uno scrittore insolito come lei in una realtà come quella colombiana?
Gli scrittori e gli artisti in Colombia vivono di arte però mangiano merda. Siamo considerati pericolosi, siamo segnalati e veniamo messi da parte per quanto riguarda il lavoro. Siamo condannati indirettamente a perire, senza opportunità, in crisi permanente. Quest’anno, si sono già suicidati una quantità di scrittori, pittori, musicisti e scultori.


Rogelio Iriarte
Rogelio Iriarte [foto Ilaria Turba/Tranchida], nato a Convención Norte de Santander, Colombia, nel 1954, ha studiato sociologia presso l’Universidad Nacional di Bogotá, città dove vive e lavora, ed è diplomato in drammaturgia. Insegna Letteratura e Teatro presso università e istituzioni private colombiane.
Tra i suoi romanzi ricordiamo: Gli assassini, Omicidi quotidiani e Il principe della morte che compongono la “Trilogia crudele di Bogotá”; “La agradable fetidez del cianuro” (Il gradevole sapore del cianuro), “La ultima broma” (L’ultima burla) e “La mano del angel” (La mano dell’Angelo), tutti di prossima pubblicazione.



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