
Scarpe nere, pantaloni neri, maglietta nera, la faccia bianca di cerone: in tenuta canonica da mimo, espressione triste inclusa, Rogelio Iriarte è un personaggio molto noto a Bogotá. Ogni pomeriggio gira per le strade della capitale colombiana raccontando storie a improvvisati capannelli di passanti o vendendo i suoi “cuadernos fundamentales”, piccoli libricini stampati a sue spese con i suoi bellissimi noir. È dura tirare avanti così, e guadagnarsi il pane per sé, sua madre e i suoi figli. «Sono un personaggio folkloristico della mia città», dice sempre di sé. Secondo i suoi calcoli questo fascinoso cantastorie si esibisce ogni giorno in media per 600 suoi concittadini. Per 20 giorni al mese fanno 12.000 spettatori in un anno, un pubblico più vasto di quello che molti scrittori hanno mai sognato di raggiungere. È dura, dicevamo, durissima: ma così Rogelio non è sceso a compromessi con la vita, e ha seguito le sue due passioni: la scrittura ed il teatro. Nato nel 1954, Iriarte ha studiato Sociologia alla Universidad Nacional fino al 1977 prima di decidere di dedicarsi a tempo pieno alla scrittura. Di questa scelta poco prudente (come praticamente tutte quelle che ha fatto nella sua vita) ha saputo subire con dignità le conseguenze, a partire dalla netta ostilità della sua famiglia e dalla perplessità dei suoi amici. Due matrimoni buttati al cesso per questa smania della scrittura che lo ha sempre tenuto lontano da un lavoro “normale” e dalla stabilità economica: «Noi scrittori e artisti in Colombia viviamo di arte però mangiamo merda. Siamo considerati pericolosi e siamo segnalati e veniamo messi da parte per quanto riguarda il lavoro, condannati indirettamente a perire, senza opportunità. In una crisi permanente. Durante questo anno, fino a ora si sono suicidati una quantità di scrittori, pittori, musicisti e scultori. Io non ho lavoro né me lo danno da nessuna parte». Ma Rogelio il matto, Rogelio il disadattato nel 1995 riesce a pubblicare un romanzo, Asesinos Sociedad Ilimitada, con le Ecoe Ediciones, una casa editrice colombiana che purtroppo ha poi chiuso i battenti. Per nulla sconfitto, Iriarte riprende la sua vita di “cuadernos fundamentales” e show sui marciapiedi, fino a quando nel 2000 su un autobus incontra Noris Lazzarini, una giornalista italiana che ha sentito parlare di lui. Tornata in Italia con una copia di Asesinos, la Lazzarini la mostra all’editore Giovanni Tranchida, che dopo qualche mese di rocambolesche ricerche riesce a mettersi in contatto con Rogelio e a proporgli un contratto per la pubblicazione della sua Trilogia crudele di Bogotá. «Prima di quel momento cominciavo a credere che tutti avessero ragione, che ero solo un povero pazzo», racconta Iriarte in una recente intervista. Ma l’autore dei romanzi editi da Tranchida non è certo un pazzo. È il cantore di una città, di un popolo che ogni giorno lotta per sopravvivere in una Bogotá dove si uccide per vendetta, per amore, per denaro, per necessità, per istinto, per lavoro. Un luogo dell’anima che non può essere dimenticato, che lascia cicatrici, che innamora. Una ragnatela di palazzi, di ombre, di vicoli, di strade affollate e colorate, di lampioni difettosi, di marciapiedi. Marciapiedi dove è possibile incontrare poliziotti, sicari, prostitute, giornalisti, ma anche un grande scrittore noir che racconta le sue storie. |
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Il principe della morte |
Pubblicato su Mangialibri nr. 28, anno I - 10/07/06 |





















