
BUTEN: IL LINGUAGGIO DELL’INFANZIA
redazione Tranchida Il romanzo, raccontato in prima persona da un bambino, è la storia di come egli sia finito in un Centro di neuropsichiatria infantile, a soli otto anni, per qualcosa che ha fatto alla sua amica Jessica, e che si scoprirà soltanto nelle ultime pagine.Si tratta di un’opera di scoperta e di disagio che ci suscita una forte reazione emotiva; fin dalle prime pagine, ci accorgiamo di non essere di fronte all’ennesimo romanzo scritto “dal punto di vista dei bambini” ma a qualcosa che lo porterà a interrogarsi su se stesso e sul suo modo di concepire le dinamiche familiari. La vicenda inizia con un ricordo del protagonista, Burt, all’età di cinque anni: dopo aver sentito al telegiornale della morte di una bambina, egli si rifugia in camera sua e, sdraiatosi sul letto, si punta l’indice alla testa e si uccide. Prima manifestazione del suo disagio nei confronti della società organizzata dagli adulti. Da qui si sviluppa il racconto del protagonista che conduce, tra silenzi, ricordi e scatti d’ira al drammatico finale. Howard Buten svelerà la “colpa” del bambino poco a poco, alternando nella narrazione episodi dell’infanzia del protagonista, descrizioni relative all’incontro e all’innamoramento di Burt e Jessica e i resoconti di ciò che accade nel Centro dove egli è rinchiuso. Sullo sfondo ci sono i giochi con l’amico Shrubs, gli scherzi con il fratello maggiore, i concorsi d’ortografia e il difficile rapporto con i genitori; i quali, se è vero che non gli negano qualche regalo, sono poco generosi con le manifestazioni d’affetto e i momenti di ascolto. L’attenzione che Quando avevo cinque anni, mi sono ucciso ha suscitato (la prima edizione in Francia ebbe grande successo e vendette 800.000 copie, e oggi siamo a un paio di milioni di copie) è dovuta principalmente alla compresenza di tre elementi: l’originale registro narrativo, il modo di trattare la cosiddetta malattia del bambino e la considerazione di quest’ultimo quale individuo pensante e degno di rispetto. La profonda conoscenza che Buten dimostra nei confronti della comunicazione infantile, in particolare per quel che riguarda soggetti con disagi psichici, è dovuta al suo lavoro come psichiatra al Centro Adam-Shelton, in Francia, di cui è cofondatore. Lì, egli si occupa, infatti, di bambini autistici, con un approccio che ha come scopo non la loro integrazione nella nostra società ma la comprensione del diverso sistema di comunicazione che utilizzano. Il suo modo di concepire la relazione con i malati traspare in modo chiaro dall’atteggiamento di uno dei protagonisti, il dottor Rudyard, che comunica con il bambino trattandolo da pari, e non come un oggetto deviato da educare con qualsiasi mezzo; concezione che ha, invece, l’altro medico, il dottor Nevele, con il quale Burt si rifiuta di parlare. Non c’è però condiscendenza nei confronti del piccolo Burt, ma rigore: per questo il linguaggio risulta naturale, privo di forzature. Questo straordinario romanzo sottolinea quanto distanti siano il mondo degli adulti e quello dei bambini e quanto incapaci di comunicare tra loro. I grandi nascondono la loro inabilità a rapportarsi coi propri figli dietro ipocrisie e falsità. Essi si rivelano pronti a delegare ad altre istituzioni, un istituto di neuropsichiatria nello specifico, le proprie responsabilità di educatori pur di non mettersi in discussione; si scoprono inadeguati a ricoprire il loro ruolo di genitori. La reazione del protagonista a questa chiusura è quella di rifugiarsi a sua volta nel silenzio, negli accessi di rabbia e nella sua fantasia dove, sul dorso di un cavallo nero e silenzioso, si immagina eroe, buono. Il suo rifiutarsi di parlare con il dottore Nevele è l’espediente che Burt ha adottato per difendere la libertà di essere null’altro che se stesso e per ribadire la sua incapacità a capire qual è il peccato che ha commesso. Buten compie quindi un inaspettato ribaltamento della colpa: la violenza è quella che gli adulti compiono verso i minori, rifiutandosi di apprendere il loro modo di ragionare e negando la sessualità dei bambini perché impreparati ad affrontarla. Il romanzo a tratti commuove e fa sorridere grazie alla maestria dimostrata da Buten nel riprodurre la razionalità di un bambino di otto anni, con i suoi nessi logici spietati e la sua viva creatività. L’enorme pregio dell’opera è quello di trattare un argomento difficile e delicato, quello del disagio infantile, senza cadere in toni accondiscendenti o farci lezioni di morale; trasformando una vicenda drammatica in un’occasione per riflettere sulla perdita, da parte degli adulti, di quella lucidità di pensiero che permette ai bambini di guardare le cose senza malizia o pregiudizi. The Times: «Buten cattura il linguaggio dell’infanzia ed è questa maestria che conferisce al libro la sua forza.» The Washington Post Book World: «Una delle voci più affascinanti dai tempi del Giovane Golden.» The Wall Street Journal: «... una storia commovente e spesso divertente narrata dal punto di vista di un bambino disorientato.» The Bookseller: «È una rara e brillante evocazione del modo di pensare di un bambino che esprime l’abisso sociale e psicologico tra adulti e bambini. Divertente e a tratti triste, questa è l’opera di un narratore innegabilmente dotato.» Foreword: «Uno stile lucido che ricorda quello di Hemingway e una trama priva di ornamenti che crea una immediata empatia per Burt, il bambino narratore... Buten cattura meravigliosamente lo stato d’animo del bambino, facendo di Burt un personaggio completo e seducente, senza ricorrere a un linguaggio troppo semplicistico.» Pagine correlate: Voi non siete stati bambini? Howard Buten Homepage |




















Il romanzo, raccontato in prima persona da un bambino, è la storia di come egli sia finito in un Centro di neuropsichiatria infantile, a soli otto anni, per qualcosa che ha fatto alla sua amica Jessica, e che si scoprirà soltanto nelle ultime pagine.