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Rajiva Wijesinha
Rajiva
Wijesinha
Sri Lanka
IL VENTO DELLA STORIA
di Cinzia Fiori
Rajiva Wijesinha - SERVIUn libro di Rajiva Wijesinha racconta le vicende di tre generazioni di singalesi cogliendo il momento in cui i rapporti vengono sconvolti

Shalimar è una grande casa colonica abitata da una famiglia singalese allargata. Una voce narrante s’alza dalle stanze e racconta le vicende delle ultime tre generazioni. Shalimar è un microcosmo complesso che, come un mandala, riproduce in scala ridotta il cosmo in cui è calato: lo Sri Lanka, colto nel momento dell’impatto che la modernizzazione produce su un’organizzazione sociale secolare.
Servi (traduzione di Nicola Lazzaro, Tranchida Editore) s’intitola il libro di Rajiva Wijesinha, perché ciò che a partire dagli anni ‘60 modifica alle radici un mondo che pareva immutabile è la rivoluzione nei rapporti tra servitù e proprietà. È l’avanzare dei diritti dei servi, la libera scelta, frutto dell’istruzione di massa e della democrazia, che costringe quel mondo a cambiare. Alla fine il protagonista riuscirà a ricostituire un ordine, adattando la tradizione ai tempi. Un matrimonio felice fra tradizione e modernizzazione sta nei desideri dell’autore, storico e docente universitario a Colombo. «È una possibilità che esiste. La realizza il protagonista nel suo microcosmo familiare. Ma non si è verificata nello Sri Lanka. I rapporti di patronato su cui si fondava il villaggio, organizzato attorno a una famiglia, sono stati trasferiti a un unico polo, il governo centrale che poco sa delle aree rurali. Il vetusto modello del patronato s’è trasformato in cultura della dipendenza, con l’aggravante della perdita delle relazioni umane che rendevano l’antico modello un sistema di vita accettabile.»
Wijesinha sembra parlare dal caos. È il caos della sua terra - fatto di invasioni, di colonizzazioni, di movimenti di popoli, etnie, religioni - che il vento della storia da sempre alimenta. Elemento stabilizzante in quel caos era da secoli la famiglia padronale, sorta di casta, all’origine fondata sulla proprietà, che con il suo sistema di relazioni fungeva da solido centro. «Erano famiglie molto allargate. C’era un nucleo centrale con una gerarchia basata sull’età, così a Shalimar dominava la nonna, al livello immediatamente inferiore la piramide del potere era invece basata sostanzialmente sulla ricchezza. All’interno di questa gerarchia ogni membro della famiglia allargata, come è narrato nel libro, rinegoziava di continuo la propria posizione in base all’età, alla ricchezza, allo status, al tipo di lavoro svolto con azioni e relazioni che finivano per allungare tentacoli in tutto il villaggio.»
E c’erano i servi, che nel romanzo sono nel contempo motore ed emblema del cambiamento: «I servi erano parte della famiglia e la famiglia ne era responsabile. Per la nonna erano una realtà data, venivano scelti e trascorrevano tutta la vita a Shalimar. Con la generazione successiva inizia il cambiamento. I servi non vogliono rimanere tali tutta la vita, lo considerano un momento di passaggio prima di un lavoro migliore. Così i genitori dell’io narrante stabiliscono con loro il patto di avviarli a una professione all’altezza della posizione sociale della famiglia. I rapporti con la servitù diventano perciò più vivi, più umani, basati sul reciproco apprezzamento di quanto s’è ricevuto: molti ex servi, pur lavorando altrove, continuano a dimorare a Shalimar dando una mano all’occorrenza. Al tempo della terza generazione i servi fanno le rivoluzioni nella vana speranza di migliorare il loro status. Di fatto non esistono più come classe, anche se alcune famiglie continuano a impiegare persone per lo più indiane. Il fratello del protagonista scappa perché non sopporta il cambiamento di sistema. Il rifiuto della madre consiste nel mettersi a fare i lavori domestici. L’io narrante invece stabilisce con loro un’intesa, un rapporto fra umani all’interno del quale ciascuno svolge le sue mansioni. Di fatto adatta ai tempi l’antico ordine, con un esercizio del potere più consapevole.»
Dal microcosmo al macrocosmo: è il finale che Wijesinha augura al suo Paese: «Quelle che anticamente si chiamavano caste lottano fra loro. Alcune, specie quelle rurali, sono decadute e con esse le regioni che abitavano. Altre sono in parlamento dove i vecchi rapporti di patronato si sono tradotti in clientela. Per un esercizio più consapevole del potere occorrerebbe un’indipendenza delle piccole regioni in modo che i governanti locali, sostituendosi alle antiche famiglie, possano adattare la modernizzazione alle esigenze locali, attingendo dalla tradizione e dal progresso ciò di cui le persone hanno bisogno per evolversi.»

Articolo di Cinzia Fiori pubblicato su Il Corriere della Sera
nella foto (Road in the Cinnamon Gardens, Plate&Co. 1920/Archivio MTE)
copertina dell’edizione italiana di
Servi, Tranchida Editore

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