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Tibet
TASHI DAWA: LE ILLUSIONI DI UN BUDDHISTA
di Claudia Gualdana
Tibet map
È nato in una zona di confine, da padre tibetano e madre cinese, ma è il paese delle nevi la patria del suo cuore. Pur avendo scelto di amare il Tibet, scrive però in cinese. Probabilmente è buddhista, ma nei suoi scritti non racconta di lama imperturbabili, tecniche di meditazione o lignaggi monastici. È un tibetano anomalo, Tashi Dawa, per quanti il Tibet lo hanno scoperto nei libri o nei documentari televisivi. Uno di quelli di cui poco si racconta nei diari di viaggio e che mai potrebbe comparire nei testi sacri. Appartiene, infatti, alla vasta moltitudine dei laici, che vivono da comuni mortali e patiscono i drammi del loro paese.
Con un particolare: Tashi Dawa è uno scrittore, nel senso occidentale del termine. Con una buona dose di rabbia, in uno stile non privo di espressioni e situazioni crudamente realiste, scrive dei mali di una terra defraudata della propria identità.
Si ispira a scrittori sudamericani talvolta separati da distanze siderali, come Borges e Garcìa Màrquez, per trasfigurare la realtà in un paesaggio surreale, dove il tempo della vita e della morte si sovrappongono e sfumano in paradossi. Ha scritto tanti libri, ma la sua fama, in Europa, è soffocata dalla celebrità della gioia buddhista e dai crudi memoriali dei sopravvissuti alla barbarie maoista. Gonfio di nostalgia per l’antica civiltà tradizionale, spezzata dall’invasione della Cina e sepolta dal recente consumismo d’importazione, proprio nel solco della letteratura moderna trova la strada per raccontare il tormentato presente tibetano. [...]
Un paese ben poco ortodosso che non si sottrae a compromessi con la società del mercato, se alcune cerimonie sacre “sono solo sceneggiate per turisti, che si divertono a filmare e a fotografare”. Troppa amarezza? Può essere, almeno per quanti si ostinano a soffermarsi solo sul volto ideale, estraneo alla storia, del Tibet.

Articolo di Claudia Gualdana pubblicato su Il Corriere della Sera del 12-08-2001
Tashi Dawa - RITORNO IN TIBET
Tashi Dawa
RITORNO IN TIBET
(tit. or. Xizang, yinmi suiyue - Xi zai pisheng koushang de hun - Guitu xiaoyequ)
Traduzione di Emanuela Rossi
1a ed. in «Le Piramidi» (37) 1998

A Dalang, il vecchio pastore che da piccolo venne lasciato in dono ai due vecchi e unici abitanti dell’antico villaggio di Kuokang, viene a mancare improvvisamente la terra sotto i piedi. Sta precipitando nel baratro e tutta la vita - la sua ma anche quella delle innumerevoli anime reincarnate che hanno popolato e popoleranno quella landa solitaria del Tibet - gli si presenta davanti agli occhi, più stupiti che terrorizzati, in realtà. Con Tibet, anni misteriosi ci troviamo di fronte a un romanzo - in qualche modo ispirato al modello di Cent’anni di solitudine di García Márquez, uno degli autori più vicini alla poetica e allo stile di Tashi. Il passato e il presente, la tradizione millenaria del buddhismo tibetano e il futuro più sradicato si rincorrono continuamente nel secondo racconto della raccolta, L’anima legata alla cinghia di cuoio. La cinghia di cuoio è il rudimentale sistema di misurazione del tempo di Giada, la pastorella che si appresta a lasciare una vita incentrata sull’esasperata solitudine della montagna per seguire Tabei, lo straniero errante che è da sempre sulle tracce di Shambala, la Terra Pura, il regno ideale situato in una misteriosa regione del Nord, il mitico paese d’origine dei salvatori dell’umanità, che ancora nessuno è riuscito a trovare. Ma la cinghia di cuoio è, al tempo stesso, la suggestiva metafora della circolarità del tempo che avvolge tutte le paradossali vicende dei personaggi di Tashi Dawa. Con Serenata del ritorno la narrazione ritrova le tinte della registrazione dell’incontro-scontro fra la tradizione montanara e mistica del Tibet e l’aridità dei costumi e dei valori introdotti dall’improvviso affermarsi della civiltà tecnologica.
Tashi Dawa - TRILOGIA DELL’ILLUSIONE
Tashi Dawa
TRILOGIA DELL’ILLUSIONE
(tit. or. Huanxiang sanbuqu)
Traduzione di Emanuela Rossi
1a ed. in «Le Piramidi» (22) 1997
1a ed. in «Biblioteca Tranchida» (22) 2001

L’invito di partecipazione alle nozze di Jiayang Bandan, il suo caro amico, che Sanjie riceve poco dopo aver perso i contatti con l’aquilone con cui stava giocando, è il pretesto per uno sconvolgente viaggio nei territori sconfinati del tempo e dell’anima. Ma il “labirinto” dell’anima tibetana emerge in modo drammatico anche nell’ultimo racconto della Trilogia. Wu Jin viene alla fine condannato a morte non per l’omicidio di Suolang Renzeng, il butterato di Gongjue, che sa di avere effettivamente commesso, ma per quello, sempre ai danni dello stesso Suolang Renzeng, che invece è stato compiuto da un certo Duobuji, in un’altra allucinante circostanza. Pochi istanti prima della sua esecuzione da parte delle autorità, Wu Jin viene colto da una lucida visione. Il Tibet di oggi, terra del sogno e dell’anima estaticamente immersa nel samsara delle sue interminabili rinascite. Ma anche luogo travolto da una profonda perdita di identità e dalla fuga disperata da radici spirituali millenarie. All’inseguimento, sotto l’occupazione cinese, dello specchietto per allodole di una modernizzazione brutale, incontenibile e al tempo stesso inaccettabile per gli uomini che lo abitano. La scrittura di Tashi Dawa è traboccante di oscuri presagi, del sangue, degli odori acri della sua terra. Le sue storie sono sempre calate in un’atmosfera magica, che a tratti evoca certe pagine di Borges e di García Márquez, gli autori sudamericani che più hanno influenzato lo scrittore tibetano.
Tashi Dawa - LO SPLENDORE DEI CAVALLI DEL VENTO
Zhaxi Dawa (Tashi Dawa)
LO SPLENDORE DEI CAVALLI DEL VENTO
(tit. or. Fengma zhi yao)
Traduzione di Masahiko Yagi e Ornella Rota
1a ed. in «Il Bosco di latte» (36) 1994

Un Tibet ruvido, carnale, violento e contemporaneo. Di Lhasa, più che l’immutabile forma del palazzo del Potala, mette in luce i campi dei nomadi e il loro ambiente equivoco.
Cittadini, contadini e personaggi vivono un quotidiano nel quale il banale come il pittoresco sono irrevocabilmente banditi. In realtà, la realtà tibetana non potrebbe essere opposta al magnetismo della leggenda.
In quattro racconti, Zhaxi Dawa esplora abissi dove sembrano precipitare il tempo e la logica degli avvenimenti. Così, impegnando tutta la tradizione culturale del suo Paese, la mette sotto il segno di una spiritualità multipla, minacciosa, di cui la drammaturgia narrativa afferma l’indimenticabile impronta.
Tra i massimi esponenti della letteratura cinese contemporanea, Tashi Dawa è nato nel 1959 a Chongqing, nella provincia cinese del Sichuan, ai confini con il Tibet, da padre tibetano e da madre cinese. Dopo aver trascorso l’infanzia spostandosi tra queste due regioni, sceglie di trasferirsi definitivamente a Lhasa, in Tibet, dove risiede ancora oggi. Artista versatile, in quanto pittore e scenografo, ha lavorato per diverse compagnie teatrali, seguendole instancabilmente nei loro viaggi. Vicepresidente della sezione tibetana dell’Associazione degli Scrittori Cinesi, collabora attivamente alla rivista Letteratura Tibetana. Le sue opere sono pubblicate anche in Francia e Germania e ci forniscono una visione onirica della cruda realtà della sua terra.