
L’ESTETICA DELLA CADUTA
IN L’ANIMA NERA
di Roberto Betz
![]() L’innovazione della prosa e delle tematiche di Liam O’Flaherty passa inevitabilmente dalla fase di caduta poiché, partendo da un punto d’inizio che rappresenta le convenzioni che vengono aggredite, arriva, attraverso un percorso sofferto, al punto finale, dove alle certezze iniziali viene contrapposto un nuovo punto di vista. Se il percorso di lettura di un’opera non subisce variazioni (o é addirittura rettilineo), se non contiene insomma uno stacco forte tra il principio e la fine, credo che ben difficilmente si possa parlare di opera innovativa. Nel caso di O’Flaherty, ciò non avviene. Il percorso è di caduta libera. Vengono abbandonate, una dopo l’altra, le vette delle certezze. In questo senso, questa discesa senza paracadute non può essere considerata arrogante, anzi. Lungo il cammino nulla viene dato per scontato, poiché l’autore non ci propone una nuova via senza preoccuparsi prima di evidenziare i motivi del perché la strada convenzionale viene dapprima rifiutata e quindi riproposta. È una caduta argomentata. Solo facendo piazza pulita delle convenzioni, sembra dire l’irlandese, si può realmente innovare. E allora via, in picchiata. Considererei arrogante invece la proposizione di un nuovo corso che in un qualche modo non contenesse gli elementi che spiegano l’abbandono. In L’anima nera di Liam O’Flaherty i passaggi non sono secchi, ogni elemento viene centellinato e pesato, prima di essere riproposto. La scelta sullo stile ruota intorno alla tematica forte dell’opera, la rappresentazione del ruolo dell’intellettuale sull’isola e quindi nel mondo, rinforzando il messaggio. Ricorda (con le dovute differenze) il lavoro compiuto da Julio Cortázar in Il gioco del mondo, opera di rottura con la tradizione pregressa, dove l’autore argentino fa compiere al protagonista un percorso simile di distruzione/resurrezione. Il mondo viene dapprima rifiutato per come si presenta ai suoi/nostri occhi. Il suo è un percorso anti-aristotelico, l’obiettivo è di reinventare, ma non basta mostrare l’arroganza di volerlo fare, bisogna argomentare. E in questo senso, entrambi gli autori accompagnano ogni invenzione partendo dal rifiuto di ciò che ci si aspetta debba avvenire: è assurdo cercare di cambiare un qualsiasi aspetto della realtà se si continuano a usare gli strumenti triti e consunti di un linguaggio statico. O’Flaherty rifuta, per esempio, la descrizione convenzionale della natura. Cortázar si spinge piú in là, arriva addirittura a rifiutare la forma classica del formato romanzo, generando, senza saperlo, i fondamenti di quello che una ventina di anni dopo sarà destinato a diventare l’html, ovvero il linguaggio con cui si costruiscono oggi le pagine di internet. I loro sono sguardi di tipo metafisico, hanno quindo il bisogno di un supporto prosaico differente. Non sempre è così. Ci sono numerose opere di pregio che non contengono novità così marcate nello stile. Ibrahim Souss, per esempio, in Le rondini di Gerusalemme e in Lontano da Gerusalemme, non introduce trasformazioni forti poiché il suo intento è un altro. La sua prosa è un puntello che mira a consolidare la «causa» della resistenza palestinese e quindi a conservare quello status drammatico senza contaminarlo con fattori esterni. L’intento è di consegnare «intatto» il messaggio allo sguardo del lettore per coinvolgerlo sui fatti reali. Questi autori ci dicono in sostanza che lo stile dovrebbe sempre adattarsi alla storia in funzione del messaggio che si intende lanciare. Opere citate: Liam O’Flaherty, L’anima nera, Tranchida, Milano 2006. Julio Cortázar, Il gioco del mondo (Rayuela), Einaudi, Torino 2005. Ibrahim Souss, Le rondini di Gerusalemme, Tranchida, Milano 2005. Ibrahim Souss, Lontano da Gerusalemme, Tranchida, Milano 1994. |





















Liam O’Flaherty,