
TERRA DI FERRO, CIELO DI RAME
di Laura Anania, Antrocom.it
![]() La steppa, vista come spietata, terribile, ostile, ma anche come madre generosa e tenera, con la sua estensione sterminata, i suoi venti ghiacciati, le sue estati torride, i suoi colori accesi e straordinari... In questo ambiente difficile affiorano storie di ordinaria povertà, vissute ora con passione profonda ora con meschinità, tra le quali si penetra in una società ancora molto legata alla terra e ai suoi ritmi, in cui ogni aspetto della vita viene regolato ancora dai tempi legati al succedersi delle stagioni. Veniamo guidati alla scoperta del modo di vivere in un piccolo villaggio dell’Anatolia meridionale, nell’ambito della quotidianità e in occasione di eventi particolari, come accade per l’emergere di una personalità singolare tra gli abitanti, costruita dagli stessi paesani sull’onda di sentimenti e tradizioni popolari, che rivoluzionerà la vita del villaggio intero. Ci vengono illustrati i rapporti con il borgo, con il posto militare di guardia, con l’«aga» verso cui il villaggio si trova debitore, l’organizzazione del villaggio stesso, “vediamo” l’interno delle case, come ci si scalda, come vengono utilizzati i nomi individuali, sempre accompagnati da un soprannome, mai casuale, che viene a costituire poi il cognome; come e cosa si mangia, come viene affrontata un’emergenza, come si può resistere alla primavera, quando le scorte di farina finiscono e ancora il disgelo è in corso: allora si scopre che si possono mangiare i soffioni, la pellicola edibile che sta sotto la corteccia dei pini, piccole grandi astuzie per sopravvivere alla primavera, in attesa dei frutti della terra. Questa miniera di informazioni, che fa quasi pensare a un documentario etno-antropologico, fa da sfondo alle vicende umane e alle vicissitudini di un villaggio narrate in un romanzo importante, in cui un posto di tutto rilievo è affidato alla collettività, ma nel quale spicca pure la vicenda esistenziale di ogni singolo individuo che a questa collettività appartiene, il cui ritratto appare nella nostra mente vivido e realistico. La storia vivace, a tratti commovente, è accompagnata da profonde osservazioni sull’animo umano, con brani di lirismo e profonda sensibilità. La trama è ben costruita e gli intrecci di ampio respiro delle vicende restituiscono l’aura di “saga” dell’intera opera. I villaggi disseminati sui monti del Tauro non riescono ad ottenere un buon raccolto di cotone, quindi non sono in grado di pagare i debiti al loro creditore, il mercante Adil Efendi. In particolare, il villaggio di Yalak sta vivendo questo momento in modo molto drammatico. I suoi abitanti iniziano ad essere oppressi da un senso di colpa che assume proporzioni tali da bloccare nei fatti le loro consuete abitudini di vita. L’intero villaggio considera infatti una colpa meritevole del peggior castigo non aver pagato i debiti al ritorno della raccolta del cotone, come l’antica e rigidissima tradizione contadina prevede. Si rifugia terrorizzato nelle case, aspettando che Adil venga a riscuotere il suo credito, decretando la rovina di tutte le sue famiglie. Ma egli non compare e questa sua inspiegabile assenza nelle menti degli abitanti non fa che acuire i timori e ingigantirli sino a instaurare un clima di apprensione permanente, che assume toni quasi apocalittici, in cui prende corpo la convinzione di trovarsi di fronte al presagio di una terribile sciagura. Su tutto, per gran parte del racconto, incombe il gelo del terribile inverno anatolico, che vede anche una lotta senza esclusione di colpi tra l’astuto e subdolo Sefer, il «muhtar», amministratore locale, e l’unico personaggio che sembra immune alla paura che ha colto tutti: Tashbash. Nella loro disperazione, i paesani guardano a Tashbash, personaggio schivo, tormentato, colto di sorpresa dal proprio destino, che fatica ad accettarne l’ineluttabilità: fatto santo suo malgrado, in quello che inizialmente appare come un fenomeno di “psicosi collettiva”, è infine costretto ad accettare il difficile compito sia di santo che di eroe affidatogli dal villaggio. All’inizio non vuole accettare, sapendo che questa faccenda lo porterà dritto in carcere, dato che le autorità non tollerano atteggiamenti di superstizione popolare. Non riuscendo comunque a sottrarsi al suo destino, Tashbash ne accetterà infine le incombenze e le conseguenze. A questa storia se ne intrecciano altre, narrate con stile scarno ed epico: i due sfortunati amanti Hüsne e Recep, che fuggono, incapaci di sopportare ulteriormente un’atmosfera tanto tesa, trovando la morte in una bufera di neve: la tragedia colpisce in modo particolare Ahmed il Toccato, il «folle di Dio», esempio vivente del binomio pazzia/saggezza, molto caro alle culture tradizionali; la scelta coraggiosa del vecchio Koca Halil, che in pieno inverno abbandona il villaggio, sfidando la steppa gelata; il terribile voto di non emettere più parola, fatto da Meryemce per disprezzo dei suoi compaesani; la grande premura di due bambini nel proteggere il loro tesoro, qualche scatola di fiammiferi, e la loro scalpitante fantasia, che fa vivere di vita propria un fuoco o la terra sotto una pietra... Yashar Kemal riesce a porre in piena evidenza nel romanzo tutta la vivacità di toni e la ricchezza poetica della letteratura orale delle genti dell’Anatolia. Grazie a questo sterminato patrimonio, con la grazia e il ritmo di un antico cantastorie, egli intreccia nella sua narrazione racconti di fate e di fiori incantati, avventure di santi e di briganti, guarigioni miracolose e viaggi favolosi, spaziando con destrezza tra le abitudini quotidiane, le leggende popolate da «cin» (i folletti della tradizione coranica) e le ballate del Cantore Calvo, che animano le giornate di festa: il mondo reale e quello fantastico risultano così saldamente legati, accompagnati con sapienza, semplicità e abilità narrativa in un piccolo universo di storie infinite, che si inerpicano l’una sull’altra. Lo scrittore mostra una grande abilità nella creazione di atmosfere magiche e incantate, nelle quali egli fonde le leggende del suo popolo, di cui è un profondo conoscitore, denunciando nel contempo, senza stridori di sorta, la miseria nel quale esso viene lasciato vivere. Kemal riesce a far proprie tutte le caratteristiche dell’oralità: l’umorismo beffardo contro ogni retorica; la narrazione fortemente empatica, che riesce ad identificarsi con un personaggio dopo l’altro; la saggezza dei proverbi; la disarmante eloquenza dei dialoghi; le ripetizioni enfatiche. Ma le storie di Kemal lasciano uno spiraglio aperto a più di una conclusione... lasciando con la voglia di ricominciare! Questo romanzo, che fa parte della famosa Trilogia della montagna, in realtà risale al 1963, ma la traduzione italiana è apparsa solo nel 1998. Yashar Kemal Gökçeli è considerato uno dei maggiori scrittori del Novecento e ha ottenuto numerosi riconoscimenti internazionali, fra cui il Premio Nonino, che ha consolidato anche in Italia la sua fama. È nato nel 1922 a Hemite, un piccolo villaggio di 60 case nella provincia di Adana, nel sud della Turchia, da madre curda e padre turco; la sua famiglia emigrò in seguito nella regione della Çukurova, la vasta estensione di piantagioni di cotone di Adana. All’età di cinque anni perse il padre, assassinato mentre pregava all’interno di una moschea: in seguito a questo fatto, subì un profondo shock, che gli impedì di parlare fino all’età di dodici anni, riuscendo invece ad esprimersi correttamente solo attraverso il canto; questo lo spinse fin da piccolo ad improvvisare canzoni, in sintonia con la tradizione anatolica dei cantori popolari. Prese a studiare, per imparare a leggere e a scrivere per poter mettere su carta le sue poesie. Allora, però, non c’erano scuole nel piccolo villaggio di Yashar Kemal, come nel 95% dei villaggi turchi. Così, all’età di nove anni egli si recava a piedi in un villaggio vicino a Hemite, dove poteva frequentare una scuola. Durante la sua vita si dedicò a una serie di lavori talmente vasta che egli stesso fatica a ricordarli tutti; riuscì perfino a finire in prigione. Nel frattempo aveva letto tutti i libri che gli erano capitati sotto mano e aveva conosciuto intellettuali che avrebbero contribuito alla sua formazione culturale. Scrisse il suo primo racconto, Pis Hikaye, nel 1947. E qui cominciò la sua lunga carriera di scrittore. Tra le sue opere, tutte pubblicate in Italia da Tranchida, ricordiamo i tre libri della Trilogia della montagna (Al di là della montagna, 1998; Terra di ferro, cielo di rame, 1998; e L’erba che non muore mai, 1999), il primo e il secondo volume del ciclo di Memed (Memed il falco, 1998 e Il ritorno di Memed il falco, 2000), La leggenda del monte Ararat (2000) e la raccolta di romanzi brevi e racconti Sogni (1998). Nella «Biblioteca Tranchida» sono stati pubblicati i romanzi Tu schiaccerai il serpente (BT 1), Teneke (BT 5) e Gli uccelli tornano a volare (BT 23). Opere citate: Yashar Kemal, Terra di ferro, cielo di rame, Tranchida, collezione «Le Voci», Milano 2004. |





















Yashar Kemal, Terra di ferro, cielo di rame, Tranchida, collezione «Le Voci», Milano 2004.