Basta però fare un'analoga passeggiata nella zona tra l'Università e il Gran Bazaar, per capire la plausibilità di questa svolta. Qui i segni di una rinnovata ed esibita religiosità saltano subito all'occhio: niente vetrine scintillanti, e invece molte donne velate, anche tra le leve universitarie. Senza contare le nuove moschee, che spuntano come funghi a ogni angolo di strada.
Bisognerà trarne la conclusione che anche la Turchia, testa di ponte tra Europa e Oriente, unico paese integralmente laico del mondo musulmano, sta correndo il rischio di finire nelle braccia dell'estremismo islamico? Su questa questione, capitale per il futuro stesso del Mediterraneo, gli osservatori si dividono equamente. Da una parte c'è chi paventa fortemente questo rischio, attribuendone non poche responsabilità alle sordità dell'Europa, incapace di concepirsi altrimenti che come "club della cristianità". Dall'altra c'è chi invita ' prima di gridare al lupo al lupo ' a non sottovalutare i settant'anni di storia laica di questo paese; la plurisecolare diffidenza verso il mondo arabo; i saldi legami economici con l'Occidente; la massiccia presenza di quindici milioni di alevi, musulmani estranei a ogni forma di dogmatismo tanto da essere conosciuti come i "protestanti dell'Islam".
Resta comunque il fatto che a fronte di una situazione economico-politica sempre più difficile, e di un'urbanizzazione forzata che ha sconquassato il tessuto civile del paese, l'islamismo di casa esercita un appeal crescente e preoccupante. Anche verso quelle popolazioni turcofone dell'Asia centrale, tornate alla ribalta dopo la fine dell'impero sovietico.
Quanto al versante laico, profondamente diviso al suo interno, comincia a diventare un ritornello stanco lo stesso richiamo ad Atatürk: il padre della patria che per primo privò l'Islam del suo carattere di religione ufficiale di Stato introducendo usanze europee in ogni campo della vita pubblica, comprese sfere considerate inviolabili come il matrimonio e l'alfabeto. Atatürk, come ha scritto l'islamista Bernard Lewis, fu in grado di compiere un vero e proprio miracolo: "respingere la dominazione dell'Europa e abbracciarne la civiltà". Abbandonare i trascorsi ottomani e ridefinire l'identità nazionale sulle antiche basi multi-etniche della penisola anatolica. Appunto. Ma l'attuale nazional-islamismo, accompagnato a un mishmash culturale che qui va sotto il nome di "arabesque", quanto ha a che fare con quel rivoluzionario progetto?
Stando allo studioso Altan Gökalp, ben poco: "il potere kemalista comincia a perdere colpi già nel 1950, quando il suo riformismo elitario, laico e giacobino, cede progressivamente il passo a un tradizionalismo conservatore, clericale e clientelista". In altri termini. Dopo esser stato tenuto lungamente sotto chiave, il sentimento religioso popolare torna ad essere, in un crescendo esponenziale, una preziosa merce di scambio sul mercato politico. Riproponendo così quella che il sociologo dell'Università del Bosforo Nilüfer Göle ritiene essere una contraddizione intrinseca del paese: "da una parte il principio laico, dall'altra la necessaria democratizzazione. Che finisce regolarmente per determinare il risveglio di valori islamici. E pertanto viene regolarmente interrotta". I tre successivi colpi di Stato del 1960, del 1971 e dell'80, pure così diversi tra loro, starebbero a dimostrarlo. Quasi a scandire la perenne oscillazione della Turchia tra democrazia e dittatura; ma anche tra Occidente e Oriente, laicità e religione.
Chi invece non ha oscillazioni di sorta, nel giudizio drasticamente negativo sul potere politico del proprio paese, è Yashar Kemal, di gran lunga lo scrittore più importante e famoso qui. Più volte candidato al Premio Nobel, settantadue anni, eccellente bevitore, cieco da un occhio, corporatura imponente e imponente simpatia, Kemal afferma con malcelata vanità che i suoi libri sono secondi, quanto a diffusione, soltanto al Corano. E vedendolo a contatto con gli abitanti di Istanbul, non stento proprio a credergli. Mai mi era capitato, tra tanti scrittori conosciuti in giro per il mondo, di riscontrare una popolarità pari alla sua. Tassisti, camerieri, passanti: tutti vogliono salutarlo e stringergli la mano.
Dopodiché, davanti a una sequenza impressionante di whisky, Kemal comincia a sviluppare la sua analisi, ma anche a tirare le sue bordate.
"L'Anatolia è sempre stata un luogo di passaggio. E le continue migrazioni hanno contribuito all'enorme ricchezza culturale e linguistica di questa regione. Oltre che a successive sedimentazioni religiose: sciamanesimo, guidaismo, Islam. Senza dimenticarsi che da qui veniva san Paolo. E che qui è nata la prima chiesa cristiana.
"Gli intellettuali e i politici turchi, però, da cinquant'anni in qua, paiono intenzionati a distruggere questa ricchezza, questa straordinaria varietà. Del resto una vera democrazia, a parte brevi intervalli, non si è mai data. Il paese non è mai riuscito a liberarsi dalla pressione di un fascismo smascherato. E di un razzismo di cui dava conto già negli anni Trenta il ministro della Giustizia. Legga qua: i signori della Turchia sono uomini di razza turca. L'unico diritto degli altri abitanti è di essere servitori.
"Quanto poi all'oggi: la differenza tra poveri e ricchi è sempre più atroce, l'oppressione una pratica comune, le carceri campi di concentramento, la nostra identità più profonda in via di estinzione. Ci limitiamo a imitare l'Occidente, a mimarne gli aspetti più deteriori. A fare una parodia del capitalismo. Solo nel periodo di Atatürk abbiamo conosciuto un ritorno vero alle nostre origini. E abbiamo preso coscienza della nostra ricchezza culturale. Quella che ci ha regalato poeti come Nazim Hikmet".
Kemal è nato in un piccolo villaggio della Cilicia, dunque nel cuore della civiltà mediterranea. Cosa di cui va legittimamente fiero, e di cui ha dato continuamente conto nella sua opera letteraria (proposta ora in Italia dall'editore Tranchida): una vera e propria epopea del popolo turco nelle sue mille varianti etniche e linguistiche.
Dunque anche di quella curda, sulle cui sorti grava ora una pesantissima ombra: stretta com'è tra le azioni terroristiche del Pkk (l'organizzazione separatista in continua espansione) e la cieca repressione dell'esercito contro l'intera popolazione. Proprio su questa vicenda, Kemal ha sferrato l'ultimo, violentissimo attacco contro il governo; contenuto in un libro, subito censurato e ritirato dal mercato, dovrà rispondere davanti al tribunale il 5 maggio prossimo. Se fosse riconosciuto colpevole, rischia da due a sei anni di galera.
"Nell'indifferenza più generale dei media e dei giornali, si sta scrivendo oggi una delle pagine più orribili del nostro paese. Due milioni e mezzo di persone sono state costrette a lasciare la propria terra, centinaia di migliaia di ettari di foreste distrutte, duemila villaggi bruciati, mille e settecento persone uccise senza che se ne conoscano i colpevoli. E tutto questo perché? Perché i curdi vogliono che venga riconosciuta la propria lingua, la propria musica, la propria identità. Vogliono i loro diritti, insomma. Ma non appena è stato creato un partito che difendeva i loro interessi, è stato subito messo fuori legge. E questo scontro senza senso da un lato ha finito per alimentare la guerriglia curda, dall'altro ha spinto i generali ad affermare: dobbiamo drenare tutta l'acqua, se vogliamo catturare il pesce terrorista.
"Capisce, mossi da questa allucinante strategia, stanno distruggendo un popolo che ci è fratello. Che ha lottato con noi per raggiungere l'indipendenza di questo paese. Il risultato? L'acqua è stata drenata, ma il pesce non è stato catturato".
Un po' scosso, saluto Kemal e mi avvio verso l'albergo. E' domenica mattina, e centinaia di tranquilli istanbulini se ne stanno con la canna in mano sul ponte Atatürk. Verrebbe da augurargli buona pesca. Ma dopo questa terribile denuncia, anche la più innocente delle attività, evoca sinistri accostamenti.
(in "La Repubblica", domenica 5 marzo 1995)