Invece lessi d’un fiato Al di là della montagna. Come dal ’96 a oggi ho letto, appassionandomi tutte le prime stampe e due ristampe che Tranchida ha mandato in libreria. Del primo gruppo, i romanzi Memed il falco, Teneke e, di recente, Terra di ferro, cielo di rame, del secondo, i romanzi brevi Tu schiaccerai il serpente e Gli uccelli tornano a volare.
Cercherò di spiegare alcuni motivi della grandezza di Kemal e chiedo perdono se farò uso del filtro autobiografico. Però chi legge sa bene che certe letture (poche, in una vita) possono cambiare il modo di percepire, in tutto o in parte, la realtà. La lettura di Kemal mi ha fatto cambiare opinione su di me. Ora so che la bulimia del "lettore forte" postmoderno, la voracità indiscriminata che tutto rischia di relativizzare, anche soltanto per incapacità di tener conficcato un canone critico in un terreno mobile come quello delle attuali produzioni letterarie, ha qualche limite. Mi rendo conto che il mio corpo individuale di lettore si è fatto scenario di un conflitto simbolico di più grandi proporzioni. Dentro il me-lettore assisto alla vittoria del moderno sul postmoderno. Perché Kemal appartiene alla modernità. Dentro le sue opere ci sono quegli ideali e quegli obiettivi, quei sentimenti e quelle lotte individuali e collettive che costituiscono il nerbo di gran parte di questo secolo: le grandi costruzioni e le grandi narrazioni cui la postmodernità ha cessato di credere. Il moderno crede o non crede. Il mondo che Kemal rappresenta, perlopiù la Turchia rurale, arcaica e violenta degli anni Cinquanta-Sessanta di questo secolo, è popolato di personaggi che credono e di personaggi che non credono, o, meglio, che credono il contrario.
La dicotomia è netta. Da una parte sta il muhtar, il capo del villaggio, tirannico e corrotto, dall’altra i villici ignoranti e sfruttati (Al di là della montagna). Da una parte, ancora, il muhtar – ma poi tutte le autorità di polizia del distretto -, dall’altra Memed, un disperato Renzo Tramaglino che per difendere il suo amore osteggiato diventa il Robin Hood del Tauro (Memed il falco). In Tu schiaccerai il serpente il codice d’onore di una intera società maschilista e mafiosamente tribale grava su una donna, Esme, considerata puttana soltanto perché straniera e bella, e costringe Hasan, figlio di Esme, un bambino, all’assassinio della madre. I possidenti di un villaggio nel romanzo breve Teneke, capeggiati da Okçuoglu, rendono la vita difficile e infine costringono alla resa Fikret, giovane probo funzionario statale che tenta invano di difendere la legge e la comunità locale dai soprusi dei potenti. Kemal racconta una Turchia che è la nostra Sicilia di quarant’anni fa, il nostro Piemonte – per dire – di inizio secolo. Per noi leggere Kemal – e considerarlo "attuale" – ha senso a patto che si abbia l’onestà di ammettere che dentro i confini dorati del nostro Occidente esistono ancora vecchie povertà e nuove ne sono nate.
Contro le indistinzioni, le remissioni di senso, le orizzontalità strutturante valori, in virtù di una voce inconfondibile e di uno sguardo epico. Ecco cosa dice lui stesso: "In Turchia il passaggio dalla letteratura orale a quella scritta è stato arduo. I generi del romanzo e del racconto da noi hanno un passato insignificante (…) La nostra gente nell’arco di centinaia di anni ha sviluppato le tecniche del racconto orale, raggiungendo un’incredibile maestria.(…) Quanto a me, sono cresciuto assimilando il ritmo della narrazione orale (…) Sono stato anche apprendista alla scuola dei maestri del racconto orale. Quando ho incontrato la letteratura mi sono reso conto dei forti legami esistenti tra il patrimonio di questo tipo di letteratura che mi portavo dentro e questo tipo di scrittura" (in Avvenimenti del 29-1-1997). Chi parla è Kemal nato in un villaggio di sessanta case, Hemite, nella provincia meridionale di Adana, un villaggio – come il 95% di quelli turchi durante gli anni Venti – privo di scuole elementari e permeato soltanto dall’avvolgente cultura orale anatolica, fatta di racconti e di canti. Dopo la morte del padre assassinato in una moschea mentre pregava, il bambino di cinque anni Yashar subì uno shock profondissimo, che si tradusse in un disturbo della favella. Un disturbo che lo abbandonava nel momento in cui le labbra si dischiudevano al canto. Fu così che Kemal si addestrò alla scuola delle improvvisazioni dei maestri cantori – veri aedi moderni, trasmettitori di epiche saghe nelle quali giganteggiano gli eroi della sofferenza – umili eroi. Il primo libretto di Kemal fu una raccolta di elegie popolari. Venuto a contatto con gli ambienti intellettuali di Istanbul, Kemal arricchì ed equilibrò una formazione culturale fatta di letture voraci. Nel 1947 scrisse il primo racconto. Lavorò come reporter per il maggior quotidiano di Istanbul, Cumhuriyet (Repubblica), vincendo il premio dell’associazione dei giornalisti. Finalmente, pubblicò nel 1955 prima una raccolta di racconti e poi il romanzo Ince Memed (Memed il falco, tradotto in Italia per la prima volta, male e tagliato, dalla Garzanti con il titolo Il cardo), il quale lo rese famoso oltre i confini del suo Paese – prima in Francia, poi in tutt’Europa.
Con Ortadirek (Al di là della montagna) del 1960, la maturità di Kemal può dirsi raggiunta. Parlarne può servire a focalizzare il discorso su Kemal. Il romanzo racconta il trasferimento di un intero villaggio musulmano di contadini montanari del Tauro verso la pianura della Çukurova per la raccolta annuale del cotone. La storia è storia di bisogni e di appetiti primari, di fame e di stanchezza, di povertà e di disperazione. Perso il cavallo – unica ricchezza e unico mezzo di trasporto – all’inizio del viaggio verso la pianura promessa e rimasti staccati dai compaesani, Ali il Lungo e la famiglia intraprendono una affannosa rincorsa, piena di andirivieni, di collassi e di insperate riprese di vitalità. La rincorsa costituisce il nerbo e il centro del romanzo. Dominano la fatica e il senso di morte, Kemal è bravissimo a rendere fin nelle minute sfumature le modulazioni continue degli umori dei personaggi. Ecco una parte dell’invettiva cantilenante scagliata da Meryemce contro il figlio, ingiustamente accusato della morte del cavallo:
Ti disconosco, non sprecare altre parole, non c’è più niente da fare, Lungo, non riuscirai a persuadermi: Hai mandato il mio cuore in mille pezzi e non si ricomporrà più. Se anche mi portassi sulla schiena fino alla Mecca o a Medina, se mi facessi fare il pellegrinaggio, se ti si piegassero le spalle e i tuoi piedi si gonfiassero, sarebbe tutto inutile, non sei più nel mio cuore. Hai ucciso il mio cavallo…
Kemal fa vivere il paesaggio come un personaggio aggiunto, perché la natura è in grado di fare la Storia:
Passata la mezzanotte in lontananza nel cielo sopra la steppa tuonò. Seguì un lampo talmente distante che se ne intravide soltanto il breve baluginare. Poco dopo si levò un vento freddo da far rizzare i capelli. Portava con sé un profumo di terra, di piante e di pioggia. Il vento carico di pioggia comincia a imperversare sempre più impetuoso e gelido. Alì era tormentato da dolorose fitte ai piedi ed in tutto il corpo che non lo lasciavano dormire. A sud brillavano due stelle, il lentisco sotto il quale era sdraiato si distingueva a mala pena. Le stelle a sud furono cancellate. I rami dell’albero sopra di lui si mescolarono alle tenebre. Si fece buio pesto.
La tempesta che si scatena prelude alla sconfitta finale. Quando Ali e i suoi si ricongiungono ai compaesani, scoprono che, a causa del maltempo, la raccolta del cotone è miseramente fallita.
Il romanzo di Kemal è anche intimamente politico. Anzi, si può dire che la seconda parte è un vero trattato di politica disvelata come arte della retorica menzognera. Assistiamo all’abilissimo door to door (di tenda in tenda) notturno di Sefer, capo (muhtar) del villaggio in marcia, reso a riconquistare la fiducia dei compaesani: ricatti, mozione degli affetti, promesse languide o solenni, accordi sottobanco. Tutte le tattiche e gli espedienti di Sefer, politico sopraffino, animano pagine di grande densità narrativa, immerse in una oralità cristallina, senza scorie.
E forse è proprio questo della tradizione orale riplasmata, della riduzione in uno stile lineare e limpido della complessa e drammatica stratificazione polifonica dei conversari, il marchio più potente della narrativa di Kemal, in grado di farsi intimamente politica senza cadere nel didascalismo pedante. Anche quando il potere non s’incarna in un unico personaggio come Sefer, attraverso il quale drammatizzarsi, la parola sulle labbra degli sconfitti ne segnala la carica costrittiva e l’onnipervasività. Nelle ultime pagine di Teneke una tesa sticomitia scandisce il tempo della resa e della fuga. Il funzionario (kaymakam) Fikret, venuto in provincia dalla capitale per difendere la legge dello Stato e opporsi alle sopercherie perpetrate dai proprietari dei campi, destinati alla coltivazione del riso, ai danni degli indifesi e ignoranti paesani, dialoga col suo sottoposto Resul:
"E' così allora, Resul Efendi?"
"Sì, Efendi."
"Questa enorme pianura diventerà una immensa palude. E' così?"
"E' così, Efendi."
"Per la sete di denaro di due o tre individui morirà di malaria tanta gente, è così? Perché loro ingrassino…"
"Moriranno, Efendi."
"Le hanno assegnato il mio posto, Resul Bey?"
"Sì, Efendi."
"Agire, lottare non serve a niente, vero?"
"A niente, Efendi."
"Resul Bey!"
"Sì, Efendi."
"Mi procuri un mezzo di trasporto, Resul Efendi! Uno qualsiasi. Cavalcatura o automobile… Domani mattina presto, Resul Bey."
"Non le daranno un’automobile, Efendi."
Può succedere che il sigillo del potere si imprima su un’intera collettività senza violenza diretta ma producendo indirettamente un crimine. Il discorso del potere si traslittera nella concordia discorde del potere della gente, si fa cioè senso comune, modulato in una vasta gamma di variazioni soltanto apparentemente dialettiche. Succede così in Yilani Öldürseler (1989; Tu schiaccerai il serpente, ed. it. 1993 e 1997) che il senso comune, depositario di una legge tribale, si faccia parola martellata e ossessiva, inducendo il piccolo Hasan a uccidere la madre Esme, rea di essere bella (quindi sicuramente schiava dei sensi) ma vedova (con conseguente disonore gettato sul villaggio). La comunità deve essere salvata dalla presenza di un agente perturbatore interno. Il coro delle voci di strada, con le sue invettive alternate a infide espressioni di rammarico e di pietà, incalza ripetutamente Hasan, gonfiandone lo sgomento e l’esasperazione. All’inizio del romanzo è già tutto deciso, ma il coro si mostra falsamente indignato dalla prospettiva dell’omicidio rituale:
"Credere che sia facile uccidere la propria madre! Nessuno ne è capace" Uccidere la propria madre, di cui non si finisce mai di respirare il profumo!"
"Il fatto che Hasan è ancora troppo giovane. Se fosse un uomo, non permetterebbe a Esme di vivere un solo giorno di più, anche se è sua madre!"
"Ma è duro uccidere la propria madre…"
"Non tutti ne sono capaci!"
"Bisogna avere il coraggio di Zaloglu Rüstem."
"O del bandito Köroglu."
"Avere il coraggio di Mustafa Kemal o del brigante Gizik Duran!"
"Solamente uomini con l’audacia di Karayilan, il Serpente Nero, possono uccidere la propria madre."
"Una madre, non la si uccide…"
"D’altronde queste storie del fantasma fanno ridere i polli. Si vuole costringere questo povero ragazzo a sopprimere sua madre."
"Ma lui è furbo, non la uccide!"
"E nemmeno l’abbandona."
"Bravo! E' ancora un ragazzino, ma non permette a nessuno di uccidere sua madre!"
Siamo di fronte a una tragedia moderna in prosa. Una parodia di Dike è tornata sulla terra per pretendere dal novello Oreste il matricidio restauratore della legge. Verso la fine, il coro getta la maschera:
"Pazza come una puledra araba in calore, quella donna!"
"In una sola notte, sarebbe capace di andare a letto con tutti gli uomini del villaggio!"
"E la mattina dopo chiederne un altro!"
"Cosa volete che faccia, quel povero Hasan, è ancora un bambino!"
"Il diavolo se lo porti, è già un ragazzo grande, no?"
Kemal segue i protagonisti dei suoi romanzi fino in fondo all’abisso, laddove miseria e ignoranza li hanno spinti e il potere li ha condannati a giacere. Kemal parteggia per i vinti – non fa il tifo. Affida all’intreccio, serrato tra descrizione (Natura) e dialoghi (Storia), un messaggio incisivo al cospetto del quale le molte nature assenti e le tante storie funamboliche e manierate della postmodernità letteraria rischiano di sbiadire.
(in Linea d'ombra, 1998)