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Kemal / Il canto dei mille tori/ Indice / Index

Yashar Kemal
Il canto dei Mille Tori
(tit. or. Binbogalar Efsanesi)
Traduzione di Claudia Zonghetti
1a ed. in "Le Piramidi" (66), 2001


Grand Jury des Lettres
Premio Nonino Opera Omnia
Friedenspreis des Buchhandels

Gli Yörük, le genti nomadi dell’Ararat, sono come l’erba che cresce in cima a una rupe e si aggrappa alla pietra stringendola tra le radici. Un tempo le loro tende di crine scendevano dalle montagne come stormi di aquile nere venute a posarsi più a valle. Ora sono rimasti in pochi a cercare un pascolo per l’estate in quella che da sempre era la loro terra, a chiedere – in punta di piedi, delicati e lievi come sanno esserlo coloro che hanno un cuore nobile – un angolo dove far pascolare le greggi e non morire. Quello con gli aga, i bey e i semplici contadini che li cacciano inesorabilmente è uno scontro spigoloso come le rocce che li circondano, aspro come le terre che li assediano senza scampo, disperato come può esserlo chi vede assottigliarsi giorno dopo giorno la propria gente. E' un’epopea della sopravvivenza, quella de Il canto dei Mille Tori. Di una sopravvivenza in equilibrio tra tradizione e realtà, tra il cielo e la terra, tra le magie della notte di Hidirellez – la notte in cui le stelle si incontrano ed esaudiscono qualunque desiderio, la notte della luce, dei mille occhi protesi verso il cielo – e il fango dell’interminabile cammino degli Yörük, affamati, stremati, con gli occhi bassi, fissi sui ciottoli del sentiero. Ed è un’epopea popolata di personaggi indimenticabili. Come mastro Haydar dalla lunga barba color del cuoio, Don Chisciotte dalle mani callose sempre avvolto nelle faville della sua fucina e convinto che la spada che forgia da tutta una vita risolverà ogni questione. Come il piccolo Kerem, che reagisce al sopruso e lascia la tribù per riprendersi il falchetto che gli è stato sottratto. Come Ceren, la bella tra le belle, Ceren l’altera, Ceren la caparbia, con il suo amore sconfinato per Halil. Come Süleyman Kahya, mesto capotribù, triste ombra della gloria di un tempo. E lo sfondo non può che essere la Çukurova di Kemal, con le sue montagne affilate, i suoi cieli senza fine, le sue passioni senza mezzi toni, rosse come sono rossi i serpenti quando si innamorano.

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