| Gli Yörük, le genti nomadi dellArarat, sono come lerba che cresce in cima a una rupe e si aggrappa alla pietra stringendola tra le radici. Un tempo le loro tende di crine scendevano dalle montagne come stormi di aquile nere venute a posarsi più a valle. Ora sono rimasti in pochi a cercare un pascolo per lestate in quella che da sempre era la loro terra, a chiedere in punta di piedi, delicati e lievi come sanno esserlo coloro che hanno un cuore nobile un angolo dove far pascolare le greggi e non morire. Quello con gli aga, i bey e i semplici contadini che li cacciano inesorabilmente è uno scontro spigoloso come le rocce che li circondano, aspro come le terre che li assediano senza scampo, disperato come può esserlo chi vede assottigliarsi giorno dopo giorno la propria gente. E' unepopea della sopravvivenza, quella de Il canto dei Mille Tori. Di una sopravvivenza in equilibrio tra tradizione e realtà, tra il cielo e la terra, tra le magie della notte di Hidirellez la notte in cui le stelle si incontrano ed esaudiscono qualunque desiderio, la notte della luce, dei mille occhi protesi verso il cielo e il fango dellinterminabile cammino degli Yörük, affamati, stremati, con gli occhi bassi, fissi sui ciottoli del sentiero. Ed è unepopea popolata di personaggi indimenticabili. Come mastro Haydar dalla lunga barba color del cuoio, Don Chisciotte dalle mani callose sempre avvolto nelle faville della sua fucina e convinto che la spada che forgia da tutta una vita risolverà ogni questione. Come il piccolo Kerem, che reagisce al sopruso e lascia la tribù per riprendersi il falchetto che gli è stato sottratto. Come Ceren, la bella tra le belle, Ceren laltera, Ceren la caparbia, con il suo amore sconfinato per Halil. Come Süleyman Kahya, mesto capotribù, triste ombra della gloria di un tempo. E lo sfondo non può che essere la Çukurova di Kemal, con le sue montagne affilate, i suoi cieli senza fine, le sue passioni senza mezzi toni, rosse come sono rossi i serpenti quando si innamorano. Articoli, interventi e recensioni: |