La Trilogia della montagna, che Yashar Kemal dedica all'epos contadino del villaggio di Yalak si struttura secondo un modello circolare, in cui l'estate, tempo della raccolta del cotone, dà l'inizio e la conclusione al ciclo narrativo. La suddivisione sembra modellata fedelmente sulla scansione del tempo tipica della cultura contadina dell'altipiano anatolico: da una parte l'estate, con la vera e propria migrazione di interi villaggi dalle montagne alla pianura per il lavoro stagionale della raccolta del cotone, e dall'altra l'inverno, periodo di quiete forzata e d'isolamento inevitabili a causa delle durissime condizioni climatiche dell'inverno della steppa, periodo di attesa e di fame, di progetti e di affabulazioni.
La Trilogia della montagna si apre dunque con il racconto del viaggio dell'intero paese verso le piantagioni (Al di là della montagna), una migrazione faticosa e inutile che non porta nessuno dei guadagni sperati ai protagonisti, che affrontano in miseria il lunghissimo inverno di Yalak (Terra di ferro, cielo di rame), sotto l'incubo dell'imminente arrivo di Adil, il ricco e spietato mercante del borgo con cui si sono indebitati e che secondo un'immutabile tradizione, potrà ora spogliarli di tutto e disonorarli di fronte al mondo. Chiude la Trilogia della montagna un'altra estate (L'erba che non muore mai), in cui le vicende di un anno intero giungono a compimento e ogni personaggio dell'affresco corale che Kemal ha disegnato incontrerà il suo destino. Nei romanzi si racconta delle trame successive del perfido potente locale, il Muhtar Sefer, e della solitaria opposizione di Ali il Lungo e di Tashbash; si racconta poi di come il villaggio di Yalak crei durante l'inverno un santo e durante l'estate un eroe, e ancora di briganti e guaritori, di fate e di jinn, di vecchi testardi e di amanti disperati. Infine, si canta la natura anatolica, personaggio al pari degli altri, talvolta vera protagonista, in ogni caso mai semplice sfondo delle vicende umane, o panorama; l'intensità, la violenza delle sue manifestazioni sovrastano gli uomini, che nella lotta contro un simile avversario escono di rado vincitori. Protagonista a pieno titolo può considerarsi anche un luogo, al centro dei pensieri di tutti, quella piana della Çukurova che diviene lo spazio mitico e reale a un tempo: paradiso idealizzato nelle veglie invernali, giardino traboccante di frutti, terra benedetta miracolosamente fertile, e d'estate inferno ove non c'è riparo dal caldo soffocante, dalle nubi di zanzare, piana maledetta dai braccianti che tornano spossati dalle febbri e dal lavoro massacrante. I tre romanzi, che pure sono concepiti come narrazioni ben distinte, del tutto fruibili separatamente, si completano e si arricchiscono reciprocamente dispiegando, nella forma trilogia, tutta la complessità dell'universo narrato da Kemal. Accanto a un'innegabile tecnica, la scrittura di Kemal rivela un'autenticità e una disinvoltura nel rapportarsi con materiali narrativi altrimenti riducibili a puro folklore o a una generica denuncia sociale, possibili solo a chi, come lo scrittore turco, condivide il mondo e le storie dei suoi stessi personaggi. Non è difficile cogliere nelle ballate del Cantore Calvo, talvolta la citazione esplicita, talvolta solo l'allusione all'antica tradizione orale delle tribù turkmene da Kemal raccolta direttamente in veglie notturne nei villaggi della sua infanzia; come non è difficile notare che nella descrizione della dura vita dei braccianti nella piana della Çukurova, sfruttati dai grossi proprietari delle piantagioni, decimati dalle epidemie, pronti a esplodere in violenze improvvise e imprevedibili (la storia delle donne che fanno a pezzi un aga, o di Ali che quasi viene ucciso dai suoi stessi compaesani), c'è l'elaborazione di storie reali, maturate nel processo di sedentarizzazione forzata di tribù seminomadi, in un'economia dominata da latifondisti senza scrupoli.
La Trilogia della montagna ha così la particolare capacità di conservare parole, storie, canti destinati a scomparire nel giro di pochi decenni e di rendere familiare una geografia lontana, attraverso una scrittura che innanzitutto atto d'amore verso il mondo narrato, e dichiarazione di appartenenza pagata a caro prezzo da un autore che, celebre in tutto il mondo e tradotto in più di trenta lingue, ha subìto in patria una vera e propria persecuzione.