Si dice che gli abitanti delle Canarie siano europei nati in Africa che vivono in Sudamerica. Che cosa significa per lei essere delle Canarie?
E' vero che, a causa della posizione geografica dell'arcipelago, gli abitanti delle Canarie ricevono influenze dal continente più vicino, che è l'Africa.
Le influenze sono soprattutto climatiche, più spiccate nelle isole orientali di Fuerteventura e Lanzarote, dove il paesaggio è totalmente africanizzato dal vento. Il sole, il vento e la sabbia, costituiscono lo strumento dirozzatore dello spirito di queste isole. Strumento fantasma che lo scrittore Agustín Espinosa, massimo rappresentante del surrealismo nelle Canarie, registrò nel suo Mapa Buico come lo "Spauracchio ner" (o "Spauracchio africano") e che, secondo quanto afferma nel suo libro Lancelot, 28° 7°, è uno spauracchio storico, di cui ormai rimane solo il ricordo. Il detto a cui lei si riferisce ebbe ragion d'essere in epoche remote, quando la scarsezza di mezzi di comunicazione si ripercosse nelle isole provocando nei loro abitanti il senso antivitalista dell'isolamento. E' un fenomeno che si percepisce chiaramente nella poesia delle Canarie della fine dell'800, in cui i poeti si rinchiudono in un regionalismo, che io definirei lamentoso, come il mollusco nella sua conchiglia. Grazie al progresso delle vie di comunicazione, l'aforisma ha subito un cambiamento che ha un po' ridimensionato l'influenza africana.
Adesso si dice che "le Canarie sono la fine dell'Europa e l'inizio dell'America". A me, personalmente, piace considerare alla rovescia quest'itinerario della nostra cultura: le Canarie sono la fine dell'America e l'inizio dell'Europa.
Essere delle Canarie significa occupare un posto privilegiato per la formazione di una particolare sensibilità dell'uomo di fronte alla natura.
Per uno scrittore come lei, essere delle Canarie è stato un vantaggio o uno svantaggio?
Il fatto di essere delle Canarie mi offre qualche vantaggio per il mio lavoro di scrittore come questa particolare sensibilità a cui mi sono appena riferito o anche la capacità di stupire e un audace senso liberale. Questo è un bagaglio importante per dedicarsi alla poesia, ma lo scrittore che in queste isole desidera scrivere romanzi si tormenta nella ricerca di un tema di carattere universale che non è alla portata della sua penna. Lo svantaggio del romanziere delle Canarie è che le isole mancano di Storia, almeno di quella Storia che ha sempre costituito una fonte di rifornimenti per le grandi opere della letteratura universale. Nelle Canarie il tempo trascorre al margine dei grandi eventi importanti, come sono la fame, la miseria, la guerra o la ricchezza. In qualche occasione ho detto che in Europa la letteratura si nutre principalmente di questi "eventi importanti" che uniformano una società che oscilla tra miseria e lusso, tra rivoluzione e capitalismo. Ricordiamo Dostoevskij, Tolstoj e Victor Hugo, e riconsideriamo l'eleganza di Proust per arrivare al fiore all'occhiello di Oscar Wilde. Essi si mossero tra gli avvenimenti storici dell'ambiente in cui vivevano.
La critica insiste sul fatto che il principale fenomeno che si nota nella narrativa delle Canarie è l'"isolazionismo", una condizione di marginalità dal mondo in azione. L'"isolamento" è un fatto ed è uno dei tanti svantaggi che affliggono lo scrittore delle Canarie che aspiri al riconoscimento universale della sua opera.
Lei ha formato, assieme a Isaac de Vega, José Antonio Padrón e Antonio Bermejo, il gruppo Fetasa senza però formulare alcun manifesto. Che definizione potrebbe dare di questo gruppo?
Fetasa è un concetto che non si è potuto, né si deve, qualificare. E' un'astrazione che ci serve da pretesto per cercare di esprimere o sentire la realtà dell'indicibile, una specie di sublimazione della vita a cui già Flaubert aveva alluso come l'indisable. Il termine "fetasiano" nacque in questo gruppo di amici scrittori che lei ha citato, mentre cercavamo di chiarire delle idee che nuotavano come pesci irraggiungibili tra ardui dibattiti filosofici sul terreno e il divino, l'infinito e l'unità, e altri temi per cui all'epoca sentivamo una forte attrazione intellettuale.
La realtà del senso "fetasiano" nella nostra letteratura deve intendersi come una sfumatura globale che pervade le azioni dei personaggi dei nostri romanzi. Parlando di "Fetasa" si suole citare l'esistenzialismo e il realismo magico. Ricordiamo che Sartre parla di nouveau roman e riconosce l'esperienza di Robbe-Grillet come una mutilazione dello stato animico dinanzi all'oggetto per raggiungere un realismo letterario che in realtà non è altro che il realismo fisico dello sguardo. Nei romanzi fetasiani, l'oggetto acquista un senso totale, includendo le sue qualità invisibili e che agiscono quando viene contemplato. Certamente, possiamo assicurare che il "fetasianismo" include tra i suoi fini un pensiero puramente esistenzialista.
E' soddisfatto della definizione che dette di lei il critico José Domingo come appartenente alla "generazione del vuoto"?
Sì, ha battezzato in maniera molto azzeccata quel gruppo di giovani ansiosi di acquisire una cultura che in quei tempi tanto infausti del franchismo ci era vietata. Gesuiti e militari imponevano una censura implacabile, pretendendo una stupida morale patriottica in qualsiasi manifestazione intellettuale. Ci fu proibita la lettura di autori stranieri e le loro opere erano destinate ad essere bruciate. Nelle vetrine delle librerie si poteva trovare solo la letteratura spagnola classica o del momento, entrambe sfasate rispetto all'attualità mondiale. Non potevamo conoscere Lorca, Neruda, Guillén, né alcun poeta di quella magnifica generazione del '27. Ci veniva nascosta l'opera di qualsiasi autore russo o francese. Questo fu il nostro "vuoto culturale", che i giovani di allora con smanie letterarie poterono compensare grazie a un rischioso contrabbando di libri che ci arrivavano soprattutto dall'Argentina. Non fu per niente facile, mi creda, riuscire a farsi un nuovo bagaglio letterario, una cultura letteraria universale e aggiornata che dovemmo riportare al livello di quella dei nostri "padri letterari" delle generazioni anteriori al '36. Il "vuoto" l'abbiamo sofferto ed è stata un'esperienza dolorosa e credo che il critico José Domingo, che ci ha sempre studiati e apprezzati, ebbe un lampo di genio nel battezzare la nostra generazione con un'espressione così felice.
Che sensazione le ha prodotto essere considerato come uno degli autori che più hanno contribuito al "boom" della narrativa delle Canarie degli anni '70? Che cosa pensa di questo "boom"?
Mi sembra una considerazione giusta. Il "boom" della narrativa delle Canarie non si riferisce a un particolare stile di scrittura bensì alla fervente attività editoriale degli anni '70. I concorsi letterari inclusero la regola della pubblicazione delle opere premiate. Il premio "Pérez Armas" per il romanzo fu decisivo per stimolare i romanzieri che non avevano ancora avuto la fortuna di vedere le loro opere pubblicate. Dal '36 in poi si pubblicavano solo piccoli libri di poesia, il più delle volte a spese degli stessi autori e stampati in tipografie che non avevano né i mezzi né le conoscenze per diventare case editrici. Con il sorgere di gruppi di editori entusiasti come Edirca, Inventaros provisionales, Taller ediciones J.B. e altri, in breve tempo divenne possibile per i narratori delle Canarie portare alla luce le loro opere. I primi romanzi che apparvero a Tenerife furono Guad di Alfonso García Ramos, Crónica de la nada hecha pedazos di Juan Cruz Ruiz e Mararía. Nell'isola di Gran Canaria nascevano nuovi scrittori come J.J. Armas Marcelo, Víctor Ramirez, Luis León Barreto, Rafael Franquelo e Perdomo Azopardo. A Tenerife contribuirono a questa intensa movida della narrativa canaria i romanzieri: Alberto Omar, Luis Alemany, Fernando G. Delgado, Luis Ortega Abrahan, Emilio Sánchez Ortiz e Juan Manuel García Ramos. Grazie a questa abbondante produzione letteraria degli anni '70 e alla proliferazione di nuovi autori, il "boom" del romanzo nelle Canarie è un fatto che non si può negare.
L'eco del "boom" continua al giorno d'oggi, e la maggior parte di quegli scrittori che vi contribuirono hanno al loro attivo varie opere e una buona fama nelle lettere delle Canarie.
Qual è oggi la situazione della narrativa nelle Canarie?
Come le ho appena detto, l'eco del "boom" continua ancora oggi incrementato dal contributo di una nuova generazione di narratori degni di nota come Juan José Delgado, Cecilia Dominguez, Sabas Martin, Roberto Cabrera, José Zamora e altri che stanno dando prova del loro valore letterario con grande entusiasmo e coraggio tanto da colmare il panorama letterario delle isole Canarie. Un segno di prosperità della nostra letteratura è che oggi molti autori delle Canarie sono stati accolti molto favorevolmente dalle maggiori case editrici spagnole, come Plaza & Janés, Mondadori e ultimamente Seix Barral nel caso del romanzo di Isaac de Vega, Tassili. Anche se sembra uno sproposito, personalmente credo che la letteratura che si sta facendo nelle Canarie sia di gran lunga più interessante e di migliore qualità intellettuale di quella che attualmente prolifera in qualsiasi regione della Spagna continentale.
Come sono nati i temi di Mararía e quale è stata l'idea iniziale del personaggio di María de Femés? Quando arrivai per la prima volta sull'isola di Lanzarote avevo un quadernetto su cui mi ero proposto di scrivere un diario dove avrei annotato tutto quello che mi avesse sorpreso. Non pensavo di scrivere un romanzo bensì di raccogliere impressioni che dessero vita a dei temi per la mia poetica e magari anche qualche cronaca o dei futuri racconti. L'inizio di Mararía non è altro che l'inizio di un diario, in cui mi limito a descrivere fedelmente il mio viaggio da Arrecife a Femés. I personaggi, il paesaggio e le voci appartengono a una trascrizione reale alla quale non ho aggiunto né tolto neanche una virgola. Durante la mia prima settimana nel paese di Femés ebbi occasione di conoscere, sempre "de visu", la principale protagonista del romanzo. Le sorprendenti storie che mi raccontavano gli uomini e le donne del paese su quello strano, quasi spettrale, personaggio femminile, suscitarono la mia curiosità e pensai di avere tra le mani del buon materiale per scrivere un romanzo. Indagai il più possibile sulla vita di María di Femés e finii per raccontare la sua storia proprio come me l'avevano raccontata.
In Mararía il villaggio di Femés acquista una dimensione irreale e si introducono elementi di mistero, superstizione e stregoneria che accentuano il carattere spettrale dello scenario. Femés appare come uno spazio oppressore dove il tempo trascorre meccanicamente e dove gli avvenimenti del passato raccontati dai personaggi trovano una cassa di risonanza nel presente in cui non succede mai niente. Si potrebbe associare la Femés di Mararía alla Comala di Pedro Páramo o alla Macondo di Cent'anni di solitudine. Lei è d'accordo con questo paragone? Qual è stata l'influenza di Juan Rulfo e di García Márquez sulla sua opera? È vero che esistono delle somiglianze ambientali soprattutto tra Mararía e l'opera di Juan Rulfo (magia, solitudine, mistero, ecc.), ma bisogna precisare, come all'inizio di certi libri o film, che "ogni somiglianza è puramente casuale" e tenere in conto che Mararía fu scritta in un'epoca molto anteriore all'apparizione dei romanzi latino-americani ai quali viene paragonata. Negli anni '40 non conoscevamo quegli autori che dettero vita al "boom" della letteratura sudamericana. Mi ricordo che a quei tempi delle lettere ispano-americane si apprezzava solo Rómulo Gallegos con Doña Bárbara e il suo spettacolare "amazzonismo", che però non aveva niente a che vedere con noi.
Femés è un luogo fuori dal tempo che acquisisce una dimensione simbolica e si trasforma in uno spazio mitico, eppure esiste veramente. Un lettore di Mararía che oggi visitasse Femés vi potrebbe riconoscere lo scenario del suo romanzo? Che cosa vi troverebbe di diverso? La cornice non è cambiata molto, ma il gruppo di case è scomparso quasi del tutto. Restano sempre al loro posto il cimitero e la chiesa ma a questa si è aggiunto un edificio che deforma l'insieme. Ci sono delle nuove costruzioni che stonano con le vecchie e umili abitazioni che costituivano la stampa tipica dell'architettura di Lanzarote, quella che mi ha fatto dire nel romanzo che "Femés può essere il miraggio di qualche paese della Bibbia". Durante la notte il paese diventa più riconoscibile nelle emozioni, visto che la luna, come è logico, è la stessa, il vento continua a trascinarsi come un fantasma e i cani continuano a latrare al silenzio e alla solitudine di un paese morto.
La sua permanenza a Lanzarote ha influenzato la sua opera poetica e narrativa. Come sarebbe la sua produzione letteraria se lei non avesse mai vissuto nella più orientale delle isole Canarie?
Credo che senza la scoperta del paesaggio magico, profondo e desolato, di Lanzarote, la mia produzione letteraria sarebbe stata molto diversa. Forse il mio senso poetico sarebbe rimasto impigliato nella ragnatela di quel vacuo lirismo che impregnava la mia opera anteriore. Dobbiamo tenere in conto che al mio arrivo sulle isole più orientali (Fuerteventura e Lanzarote), il mio bagaglio sentimentale era costituito da un sentimentalismo ispirato dalla bellezza di una vegetazione esuberante e barocca e dal tanto decantato aspetto paradisiaco dell'isola di Tenerife. Il cambiamento fu brusco e segnò di spine la mia opera facendomi dimenticare la rosa, giacché per comprendere l'emotività più profonda di quelle isole di scarsezza e "dolorosi valori", dovetti seguire i consigli di Unamuno e "strofinai il mio cuore con la ginestra spinosa". Nella mia poesia il cambiamento si nota chiaramente nella raccolta Alto crecen los cardos, pietra miliare che segna l'inizio della filosofia della mia opera posteriore.
In che epoca visse a Femés e quando scrisse Mararía? Il mio primo soggiorno a Lanzarote risale al 1943. Effettivamente risiedetti a Femés e per un paio di mesi mi misi a scrivere nel mio taccuino una specie di diario con le note più interessanti di tutto ciò che mi accadeva, con particolare riferimento a tutto ciò che riguardava quella donna, María di Femés, che suscitava in me una particolare curiosità. In poco tempo quel quadernetto divenne una specie di "romanzo a più voci" che una volta uniformato letterariamente dette come risultato il romanzo Mararía. Per delle particolari circostanze (di cui credo di aver già parlato, come la mancanza di editori nelle nostre isole e il poco conto in cui tenevo la mia opera), Mararía fu pubblicato trent'anni dopo essere stato scritto. La prima edizione uscì presso la prestigiosa editrice Noguer di Barcellona e fu accolta molto favorevolmente dal pubblico e dalla critica.
Quali autori hanno influito maggiormente sulla sua opera? A quali autori di lingua spagnola si sente più vicino?
Non c'è dubbio che in ogni scrittore esiste un insieme di influenze che derivano dalle sue letture preferite. Ciò segna il suo stile letterario che, in parte, concorda con i modi, le idee o la filosofia dei suoi autori preferiti. In poesia ho sentito l'influenza di Whitman, Rilke, Quasimodo, Ungaretti, Saint J. Perse, Apollinaire, Valéry e molti altri che formano una lista interminabile e che i buoni lettori di poesia hanno in mente. Per quanto riguarda i romanzieri che hanno influito sulla mia formazione citerei Camus, Sartre, James Joyce, Thomas Mann, Gide, Papini e gli americani Steinbeck e Hemingway. Tutte queste letture furono naturalmente precedute dalla conoscenza di Dostoevskij e Flaubert. Per quanto riguarda gli autori di lingua spagnola, le mie preferenze vanno a Huidobro e Aleixandre nella poesia, e Torrente Ballester nel romanzo.
Lei è stato poeta prima che romanziere. In che genere letterario si trova più a suo agio?
Credo che la natura mi abbia dotato di una sensibilità speciale, aspettazione per la vita e la morte e di una spiccata immaginazione, il che mi rende più poeta che altro. Anche se può sembrare paradossale, prediligo la poesia perché in essa mi sento a disagio, ignorante ed esaltato, e ciò costituisce una difficile e preziosa ragione per "creare" con entusiasmo. Il realismo che richiede la prosa agisce su di me come un freno esasperante ed è per questo che i miei romanzi si tingono di un lirismo che, anche se è apprezzato da molti lettori, io considero un difetto che mi è difficile correggere.
Qual è il suo metodo di lavoro? Scrive in una determinata disposizione d'animo?
Rispetto alla creatività letteraria sono abbastanza indisciplinato e non mi sottometto a metodi fissi, orari, date o cose del genere. Il mio pensiero creatore è costantemente all'opera, ma sento una grande svogliatezza o disillusione al momento di metterlo su carta. Per me è come agghindare un cadavere, qualcosa che in fondo considero inutile e mi fa perdere tempo nella ripetizione, ormai svigorita della prima emozione creatrice. Da questo stato d'animo possiamo dedurre che scrivo in quei "ritagli di tempo" che mi si presentano con una frequenza variabile nel tempo.
La sua prosa è caratterizzata da ricorsi più tipici del linguaggio poetico che di quello narrativo e per le note cromatiche che fanno pensare a qualcuno capace di percepire la realtà con occhi da pittore. Qual è secondo lei la qualità principale della prosa? E qual è la sua maggiore preoccupazione come scrittore dinanzi al lettore?
Forse per essere nato su un'isola così sfolgorante di colori e luci come è Tenerife, mi sarebbe piaciuto di più essere pittore che letterato. Lo stupore che provo davanti a tanti riflessi cromatici del paesaggio che mi circonda fa sì che le mie espressioni letterarie siano impregnate di un eccessivo colorismo che a volte potrebbe essere stucchevole. Non posso evitarlo, perché per la mia qualità di scrittore delle Canarie voglio che nella mia opera sia sempre presente l'isola, la sua luce e il suo colore, che la definiscono nell'animo di chi la contempla. Camilo José Cela notò questo forte impatto cromatico dell'atmosfera dell'isola quando dichiarò che "Tenerife ha il profumo dell'arcobaleno".
A che cosa sta lavorando adesso?
Ho in corso di pubblicazione una raccolta di poesie che si intitolerà Coral polinésica e sto preparando le poesie che costituiranno il libro Fetasian sky.
Per quanto riguarda la narrativa sono occupato a terminare il romanzo El señor de las faldas verdes, con cui culminerà una specie di trilogia sulla perfezione della bellezza che è iniziata con Mararía, dove l'elemento purificatore è il fuoco, il mare in Cerveza de grano rojo e la morte ne El señor de las faldas verdes. Ho iniziato un altro romanzo, a cui non ho ancora dato un titolo, in cui cerco di esporre un gran problema europeo dei nostri giorni. Ripongo molta speranza in questo romanzo perché, come succede a ogni scrittore, credo che l'ultima opera sarà la migliore.