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Kemal / Europa e Turchia

Europa e Turchia
Ecco perché la nuova Europa ha bisogno della Turchia musulmana.
Intervista allo scrittore tornato a Istanbul dopo l'esilio
di Marco Ansaldo, La Repubblica
(Istanbul) "Certo che i turchi devono entrare in Europa! Perché non dovrebbero farlo? Da quando ho l'età della ragione c'è una cosa che dico sempre: nessuna civiltà ha mai nuociuto a un'altra. Anzi. Una commistione fra culture diverse può solo fare del bene. Il mondo è un giardino di mille fiori, e tutti i saperi si alimentano fra loro. La Turchia è da sempre al confine con l'Europa. A poco per volta entrerà a farne parte."
Yashar Kemal compie ottant'anni, è tornato a vivere in Turchia e ha una nuova compagna. Dopo un lungo periodo di dolore e di silenzio per la morte della moglie Thilda, per quarant'anni suo fido consigliere anche nel lavoro, un mese fa si è risposato con Ayshe Semiha, che insegna strategia di pubbliche relazioni. E Kemal, vincendo la sua ritrosia, ha aperto per la prima volta da quel tempo a un giornalista la porta della sua nuova casa nella parte anatolica di Istanbul. Lo "sciamano delle lettere turche" candidato al premio Nobel, tradotto in quaranta paesi (in Italia è pubblicato da Giovanni Tranchida Editore), cantore della regione che si chiamò Cilicia e oggi Cukurova, la conca piana ai piedi del monte Tauro, ha definitivamente riportato la sua notevole mole dentro un palazzo che si affaccia con un'ampia vetrata sull'incanto del Bosforo. "Sono alto più di un metro e ottanta - esclama balzando in piedi con voce cavernosa - per fortuna sono anche dimagrito di qualche chilo." Dopo anni di esilio in Svezia per le minacce di morte lanciate a lui, curdo, dai Lupi grigi, Yashar Kemal "il bardo" è voluto tornare ad abitare davanti al suo mare. "Istanbul è morta, il suo equilibrio ecologico distrutto - dice a un tratto, sembrando sprezzante - l'ho anche scritto in un libro dal titolo  Deniz kustu (E il mare s'infuriò), pubblicato di Germania, Francia, Stati Uniti ma non ancora in Italia. Però - spiega subito allargando le braccia e cambiando registro - che magnifica città. Istanbul è di una bellezza indiscutibile e non credo che esista al mondo un luogo situato in una posizione di uguale splendore. Eppure da anni facciamo di tutto per distruggerla, non ci siamo riusciti, anche questo è straordinario. Non ho dubbi ormai: il mare di questa città è incomparabile."
Passati i mesi di lutto e di afflizione, l'autore di Memed il falco, Tu schiaccerai il serpente, Terra di ferro cielo di rame, ha finalmente ripreso a scrivere per portare a termine i quattro volumi di Firat suyu kan akiyor baksana (L'isola), colossale affresco naturalista di forte sapore allegorico, al momento solo in parte uscito in Turchia e Germania. "Il mondo ha attualmente due grandi temi sotto gli occhi: l'ecocidio e il genocidio degli esiliati. Come i curdi", spiega lo scrittore. E oggi forse nessuno più di lui, che della Turchia ha conosciuto onori e oneri, che adora e difende la sua patria ma appartiene a una minoranza che soltanto adesso comincia a conquistare i diritti legittimi, che ha fatto politica ed è stato imprigionato, torturato e ha poi svolto cento mestieri ("tra cui il giornalismo, che mi ha tolto tanto tempo ma mi ha insegnato molto"), può raccontare lo sforzo di un paese che sta provando ad avvicinarsi all'Europa.
 
Yashar Kemal, una delle copertine più recenti dell'Economist ha come titolo L'Europa dei musulmani. Il momento del loro ingresso nell'Unione dunque è arrivato?
"Quando la Comunità europea venne fondata, i principi ideali erano alla base della sua costituzione. Poi i criteri economici hanno finito per prevalere. E se oggi guardiamo al XX secolo ci sono state due grandi guerre, chiamate mondiali, e una terza, la più importante, definita come fredda. Nei primi due conflitti, quelli caldi, gli europei se le sono date di santa ragione e l'America è dovuta intervenire per dividerli. La terza guerra invece è stata la peggiore, perché ha degradato l'umanità".
 
Che cosa intende dire con questo?
"Che l'umanità non ha più avuto l'occasione di combattere su larga scala, come avveniva prima. E nel vecchio continente, ciò su cui si misura adesso è la costruzione dell'Europa. La tensione delle guerre si è trasferita nelle dispute in ambito comunitario."
 
E la Turchia cosa c'entra?
"La Turchia è al confine con questi paesi, e piano piano, pur confrontandosi con loro, finirà per entrare nella stessa sfera. In passato altri aspiranti, in condizioni ben peggiori, sono arrivati a farne parte: penso alla Spagna, o alla Grecia, che era come il nostro Sud-Est dell'Anatolia oggi. Noi siamo messi meglio rispetto alla Polonia o ad altri paesi destinati prima all'ingresso nella Ue."
 
Che cosa può portare Ankara nell'Unione?
"La Turchia ha bisogno dell'Europa, ma anche voi di noi. Voglio fare un esempio. Qui noi non stiamo vivendo in democrazia. Forse sta arrivando solo ora, dopo quasi un secolo di repubblica. Ma anche in Europa la democrazia è scarsa. Il fatto è che questo concetto non è sufficiente per l'uomo attuale. Ebbene, l'Unione dovrà ripensare a tutto ciò, soprattutto ai diritti dell'uomo che non vengono rispettati. Dunque fare entrare la Turchia costringerà il nostro e gli altri paesi a riflettere su regole uguali per tutti."
 
Ma perché i turchi dovrebbero entrare in Europa?
"Insomma, perché ne hanno sempre fatto parte. Basti pensare alla storia. Il loro ingresso non è altro che uno sviluppo naturale degli eventi. Una prosecuzione del loro cammino verso occidente."
 
E l'Europa secondo lei è pronta ad accoglierli?
"Lo dovrà fare, e prima della Russia. Perché mai non dovrebbe farlo?"
 
Perché ad esempio la Turchia sarebbe il primo paese musulmano a fare il suo ingresso nell'Unione. Non è un passo da poco, no?
"Sì, sarebbe indubbiamente una svolta. Ma ora l'Europa può farlo. Guardiamo alla Gran Bretagna: ancora oggi resiste su molte cose, ha specificità tutte sue. Eppure cinquant'anni fa non avremmo mai detto che gli inglesi sarebbero mai entrati nella Comunità."
 
La questione non è solo economica: se l'Europa non può dirsi del tutto democratica, come può pretendere di esserlo oggi la Turchia?
Il punto principale difatti è che questo paese diventi democratico. Le leggi approvate le scorse settimane dal Parlamento, con l'abolizione della pena di morte e il diritto a diffondere il curdo, sono in proposito molto importanti. Io ad esempio fui condannato proprio per aver scritto della questione curda, e mi vietarono di scrivere per cinque anni."
 
E da curdo che sviluppi vede per la sua gente ora?
"Sviluppi sicuramente positivi. Permettere di scrivere il curdo, insegnarlo a scuola, è di per sé un grande risultato. Non potevano non farlo. E poi, il turco è una lingua uralo-altaica che si associa bene con l'ungherese, il finlandese. Mentre il curdo è una lingua indoeuropea vicina ai ceppi del vecchio continente. Un curdo impara una lingua europea più facilmente di un turco, perché la sintesi è la stessa."
 
La questione curda potrà mai essere risolta?
"Certo che sì. Due argomenti la ostacolavano: l'impiccagione e la diffusione della lingua. Adesso sono stati tolti di mezzo. Solo i Lupi grigi erano contrari e volevano mettere morte a Ocalan. Il resto della popolazione invece premeva per le riforme e lo ha dimostrato. La minoranza curda è composta da 30-40 milioni di persone in cinque paesi diversi. Ma i curdi non sono gli irlandesi, ci sarebbe stata la guerra per altri vent'anni. Così penso che queste leggi siano la fortuna, così come per i turchi. Sono ottimista."
 
Pensa che i curdi potranno mai unirsi fra loro?
"Voglio solo ricordare una storia: nel 1806 l'emiro Suleymanie si ribellò all'Impero ottomano. Conquistò un villaggio dietro all'altro, arrivò fino ad Hakkari, e infine mandò i suoi due figli verso l'obiettivo finale. Un chilometro dopo, i due eredi cominciarono a litigare fra loro: vado io, no prima io. Bene, è una leggenda che tutti i curdi sanno a memoria: fanno sempre questo esempio quando parlano della possibilità di unirsi."
 
pubblicata su La Repubblica di lunedì 2-9-2002
 

 

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