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Kemal / La mia infanzia

La mia infanzia in Anatolia
di Yashar Kemal
 
Sono nato verosimilmente nel 1922. Dico "verosimilmente" perché il primo documento ufficiale è stata la mia tessera di studente delle superiori. C'era scritto: "Nato nel 1926". E' un'assurdità. I nomadi della Çukurova tornavano verso la fine di ottobre dai loro alpeggi estivi, per quell'epoca io dovevo assolutamente essere venuto al mondo.
Al contrario di quanto si crede, non sono affatto nato nella terra dei curdi. Mio padre e mia madre sono fuggiti nel 1915 dall'Anatolia orientale per via dell'occupazione russa. Gli ci volle un anno e mezzo per raggiungere la Çukurova, dove si stabilirono nel villaggio di Hemite. Gli unici a parlare curdo nel villaggio erano i membri della mia famiglia. Quando nacqui, mio padre era già piuttosto anziano; probabilmente aveva passato la cinquantina. Al contrario mia madre era giovanissima: più o meno diciassettenne.
Mio padre venne pugnalato dritto al cuore durante la preghiera nella moschea. L'assassino era quello stesso Yusuf a cui mio padre aveva salvato la vita durante la fuga e che - era ancora una ragazzino - aveva anche adottato. Mio padre era un uomo di alta statura, sul metro e novanta, largo di spalle. Amava moltissimo i bambini. Ogni volta che andava in città tornava pieno di regali per tutti i bambini del villaggio. Io avevo quattro anni e mezzo ed ero seduto accanto a lui, quando lo accoltellarono. Piansi e singhiozzai tutta la notte ininterrottamente. Fu allora che cominciai a balbettare. Solo quando cantavo le parole mi salivano alle labbra senza ostacoli di sorta. E solo verso gli undici anni, quando imparai a leggere e a scrivere, il disturbo passò.
Per molti anni non volli farmi una ragione che fosse irrimediabilmente morto. Non andavo mai sulla sua tomba, e per molto tempo non mi avvicinai nemmeno alle mura del cimitero. Ce l'avevo con lui, gli tenevo il muso. Perché dovevano aver ammazzato mio padre, mentre tutti gli altri padri erano ancora vivi e vegeti? Non riuscivo proprio a capirlo.
Il mondo della mia infanzia è stato di una ricchezza indescrivibile. La natura, i suoi colori, i suoi odori mi rendevano pazzo, mi portavano in una sorta di estasi. Cantavo a squarciagola. Al villaggio, allora, mi ribattezzarono "Kemal il pazzo".
Se in casa, se non in tutto il villaggio, c'era un intoccabile, quello ero io. Istigavo i bambini del villaggio a ogni sorta di avventure: sgraffignare cocomeri nei villaggi vicini, cacciare gli uccelli, andare a cogliere bacche e funghi sulle montagne, raccontare storie a qualcuno e poi assistere a una lite incredibile. I bambini mi assecondavano in tutto, stregati, quasi, mi ubbidivano in ogni occasione.
Nessuno trattava noi bambini come esseri inferiori. Generalmente non si faceva differenza tra noi e il mondo degli adulti. Lavoravamo con loro nei campi, e potevamo anche alzarci la mattina di buon'ora per ascoltare i grandi narratori. E a nessuno passava per la testa di dire: "Sono bambini, non possono capire queste storie". Le canzoni, i racconti, le leggende erano le stesse per tutti. Nel reame della mia infanzia non c'erano porte chiuse. Facevo tutto quel che avevo voglia di fare. Non conoscevo divieti. Quando desideravo qualcosa, avevo sempre la possibilità di farlo, e nessuno poteva impedirmelo, eccezion fatta per mia madre, la quale, fin quando ne ebbe il potere, mi sorvegliò severamente.
Ero il suo unico figlio. Era molto sveglia, e dovunque comparisse aveva sempre tutto sotto controllo in un batter d'occhio. Mi stupivo del suo modo di trattare con le persone. Lei mi raccontava le gesta eroiche dei suoi fratelli che erano diventati banditi e di come erano stati ammazzati. Non l'ho mai sentita né cantare, né salmodiare. Sposò mio zio, ma non per amore. Oltre a me, mise al mondo altri tre maschi, uno avuto da mio padre e due da mio zio. Morirono tutti e tre di malaria. Fui l'unico a sopravvivere. Nella famiglia di mia madre non c'erano stati uomini che fossero morti di vecchiaia nel proprio letto. Tutti erano finiti all'altro mondo con una pallottola in corpo. Credo che ne andasse piuttosto fiera e non smetteva mai di vantare le loro azioni..
Un giorno nel nostro villaggio arrivò un ambulante. Aveva con sé il necessario per il cucito e dei tessuti per i contadini. Vendeva loro a credito e segnava tutto in un quaderno. Devo aver avuto otto anni. Gli chiesi: "Che cosa stai facendo?" Mi rispose che scrivere lo aiutava a non dimenticare niente.
Tra l'altro era proprio il momento in cui avevo cominciato a recitare i versi dei miei poeti locali preferiti. Stranamente, mia madre non ne era affatto felice, sebbene il grande poeta curdo Abdal Zeyniki ci onorasse di una sua visita e raccontasse sotto il nostro tetto. "Questa casa è il luogo in cui Abdal Zeyniki si è inginocchiato per cantare" si sentiva dire. Ai miei occhi Abdal Zeyniki era un santo. Perché, dunque, mia madre non voleva che il figlio seguisse la via di quel celebre poeta? Altri narratori curdi che recitarono nella nostra casa attingevano al di lui tesoro. Non mi lasciai influenzare dall'opposizione di mia madre. Di lì a poco le mie canzoni erano sulla bocca di tutti, e presero a chiamarmi "Kemal il bardo".
Avevo nove anni circa quando seppi che era stato ammazzato un famoso bandito che ogni tanto ci faceva visita. Composi un'elegia in suo onore. La sera la recitai a mia madre. Fu la prima volta in cui mi lodò, senza aggiungere altro. Ma quando, il giorno dopo, mi svegliai, non me ne ricordavo più neanche una riga; avevo dimenticato tutto quanto per la sorpresa provata a vederla felice. In quell'attimo mi rammentai dell'ambulante e giurai che avrei imparato a leggere e scrivere. A quell'epoca nel villaggio non sapeva farlo nessuno. Nemmeno l'imam del villaggio, Fetta Hoca. Grazie alla mia ferrea volontà riuscii a convincere la mia famiglia che in tre mesi avrei imparato a leggere e scrivere. Che gioia fu, quando - unico bambino, scalzo e senza soldi - mi misi in cammino per la prima volta verso un villaggio a dieci chilometri di distanza per andare a scuola.
 
contenuto in: Yashar Kemal, Entretien avec Alain Bosquet, Gallimard, Paris 1992, traduzione di Claudia Zonghetti
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