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Kemal / La lingua

La lingua
di Yashar Kemal
 
Il mare non può essere espresso con la stessa lingua usata per un cavallo al galoppo
La struttura del romanzo, il suo stile così come la sua lingua devono rendere conto del rapporto contraddittorio tra uomo e natura. Mi è stato detto che i miei romanzi hanno frasi troppo lunghe. Facendoci caso, sono spesso quelle che parlano della natura. Il mare non può essere espresso con la stessa lingua usata per un cavallo al galoppo. La forza, il grido di paura o di gioia della natura devono ritrovarsi nel ritmo e nelle intonazioni, nella musicalità della lingua. Quando il ritmo della natura cambia, cambia anche il ritmo della vita. E così nei miei romanzi cerco di trovare il ritmo adatto alla natura descritta.
La forza della natura, così come la sua forza sterminata, mi fu chiara sin da ragazzo, cercandola io stesso. Credevo profondamente alla magia della lingua. Ancora oggi sono convinto che sarà la lingua a salvare l'umanità. Un giorno il mio amico Roger Callois mi ha chiesto: "Chiedi che la lingua sia in grado di superare qualsiasi cosa al mondo? La politica, l'economia? Credi che la lingua abbia la soluzione, vero?" Non mi ero mai espresso in modo tanto categorico, però gli risposi che ero convinto delle potenzialità della lingua, anche se non potevo dimostrarglielo. A questo riguardo ero un "credente", e perciò ritenevo i maestri della parola, me incluso, i maggiori responsabili del nostro tempo. A parte la sua funzione quale mezzo di comunicazione, ho sempre ritenuto la lingua un vettore di potenza irrefrenabile. Ridurre la lingua a un mero veicolo significa non riconoscere la ricchezza inesauribile della lingua. Sono convintissimo che la lingua crei nuovi universi così come ne distrugga altri. Nel corso della mia vita ho incontrato molte persone, e molte - in un modo o nell'altro - sono diventate dei personaggi dei miei romanzi. Ma tutti i miei personaggi sono stati ricreati nella narrazione. Io creo un mondo che è fantasia e realizzo questo reame con le parole. So di essere solo uno tra i tanti che costruiscono un universo con la lingua. E' il mio lavoro. Omero era un autentico professionista; e anche gli Omero turchi e curdi sono professionisti. Sono mistici e ciarlatani, e anche vagabondi mendicanti, ma maestri di un'arte alla quale tutti prendiamo parte.
Dato che, scrivendo, diventavo via via più consapevole quanto alla lingua, cercavo di darle nuove emozioni, toni nuovi. All'epoca dei miei esordi, verso il 1940, la lingua turca era piuttosto impoverita. A cavallo dei due secoli la lingua scritta ufficiale era quella ottomana. Che è una mescolanza di turco, arabo e persiano. Durante gli sforzi riformistici dell'occidente vi si aggiunse anche il francese. Il movimento di rinnovamento della lingua iniziò nel 1908 con la rivista "Giovani penne", che tentò di restituire dignità al turco in confronto all'ottomana. In questa azione di ripulitura furono sacrificate numerose parole, espressioni e forme. La lingua scritta si irrigidì. Allora l'Anatolia era un mondo a parte, così come un mondo a parte era Istanbul con i suoi intellettuali. L' "ottomano" aveva la sua cultura nelle grandi città, così come l'Anatolia aveva cara la sua cultura, con i modesti mezzi a sua disposizione. Mentre il regime ottomano in breve tempo fece rifiorire poeti e scienziati, all'Anatolia ci vollero sette secoli per sviluppare una propria cultura.
I luoghi di culto, i cosiddetti Tekke, sono sempre stati veri e propri centri culturali. Fungevano da anello di congiunzione e mediatori tra la letteratura orale e quella scritta. Questi Tekke avevano un influsso rilevante. La ricchezza orale dell'Anatolia venne alimentata, però, anche da altre sorgenti. I Turchi sono un popolo di nomadi che si spostarono per centinaia e centinaia di anni dall'Asia centrale all'Anatolia. Quando si stabilirono in Anatolia, dal loro lungo vagare portarono con sé un materiale verbale impagabile, così come un sapere multiculturale: dalla Cina, dalla Persia e dall'Arabia. E seppero trarre profitto dalla ricchezza culturale del luogo, influenzati da Greci, Armeni, Curdi e altri popoli. Gli sforzi degli intellettuali turchi che erano stati incaricati di "ripulire" la lingua durarono fino agli anni Trenta. Solo grazie alla caparbietà di Kemal Ataturk, che restituì alla lingua la sua forza piena, la sua ricchezza naturale, l'Anatolia tornò al centro dell'interesse. Fino ad allora numerosi poeti e scrittori significativi erano stati costretti a scrivere in una lingua decisamente impoverita. Lo si sente persino in Nazim Hikmet, nelle sue prime poesie dell'epoca. Anche se poi fu lui il primo a creare con la ricchezza verbale dell'Anatolia e a rinnovare radicalmente la lirica turca.
Quando, a diciassette anni, scoprii la letteratura occidentale - Balzac, Stendhal, Verlaine, Rimbaud, Cechov, Dostoevskij - non riuscivo a togliermi dalla testa di crearmi una nuova forma di narrazione scritta, partendo da una lingua che avrebbe rispecchiato l'immensa ricchezza della cultura anatolica, non ultimo grazie alla sua tradizione orale, ancora fresca e viva pur se antica di migliaia di anni.
 
contenuto in: Yashar Kemal, Entretien avec Alain Bosquet, Gallimard, Paris 1992, traduzione di Claudia Zonghetti
 
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