Tranchida.it Giovanni Tranchida Editore
in Evidenza
Yashar
Kemal
William
McIlvanney
Howard
Buten
Edorta
Jimenez
George
Mackay Brown
Rogelio
Iriarte
Carmine Mezzacappa
Carmine
Mezzacappa
Cataldo
Russo
Jurij
Rytcheu
Shahrnush
Parsipur
Ibrahim
Souss
Luciano
Patetta
Tashi
Dawa
Rajiva
Wijesinha
Kemal / Figlio di Omero

Figlio di Omero, fratello dei curdi

colloquio con Yashar Kemal di Daniela De Robert - foto © Maria Kapcisk

Settantadue anni. Candidato al Nobel. All'opposizione da sempre. Ha conosciuto il carcere e la tortura. In marzo è stato condannato a venti mesi. Sentiamolo, ora che esce il suo nuovo libro in Italia.
C'è voluta la sua incrollabile determinazione per porre fine pacificamente allo sciopero della fame nelle carceri turche. Ancora una volta lo scrittore della mezzaluna Yashar Kemal, da poco condannato a venti mesi di reclusione per alcuni suoi scritti sulla questione turca, non ha esitato a esporsi per sostenere la battaglia per i diritti umani nel suo paese. Insieme ad altri intellettuali, politici, parlamentari, Kemal ha portato avanti un difficile negoziato con il governo turco per il miglioramento delle condizioni di vita nelle carceri del suo paese e far cessare lo sciopero della fame di oltre 300 prigionieri politici, quasi tutti appartenenti a gruppi clandestini della sinistra, che aveva già provocato la morte di varie persone.

Una mediazione faticosa, che ha trovato l'appoggio di molti governi europei, tra cui quello italiano, e della stessa Unione europea. Ci sono voluti 11 morti e 69 giorni di sofferenza, ma alla fine l'accordo è stato raggiunto. La sera del 27 luglio Yashar Kemal ha annunciato che i prigionieri stavano ricevendo le prime cure.
Settantadue anni, di cui una parte vissuti in prigione, imponente di corporatura e dotato di una simpatia contagiosa, Kemal è lo scrittore turco che più di tutti ha contribuito a raccontare il suo paese, le sue trasformazioni, la ricchezza della sua cultura schiava di profonde contraddizioni. Più volte candidato al Nobel, pochi mesi fa ha vinto il Premio internazionale Catalogna, riservato a personalità che si sono distinte per il contributo allo sviluppo dei valori etici e umanistici, bruciando Umberto Eco, Simon Peres e Aleksandr Solgenitsin.

Nella terra dei suoi romanzi, i suoi libri sono secondi per diffusione soltanto al Corano. Ma la sua notorietà supera i confini turchi. Nel 1961 l'editore francese Gallimard ha tradotto il primo volume della trilogia Al di là della montagna sotto l'egida dell'UNESCO. Oggi i suoi romanzi sono pubblicati il 36 paesi, tra i quali l'Italia, dove proprio in questi giorni sta uscendo per Tranchida Al di là della montagna, dopo Gli uccelli tornano a volare e Tu schiaccerai il serpente. Imprigionato varie volte e anche torturato sotto il governo Menderes, nell'ultimo anno è stato processato due volte per alcune sue pubblicazioni. Assolto al primo processo sotto la pressione dell'Unione europea, a marzo del 1996 è stato invece condannato. Il tutto per aver pubblicato un articolo sulla repressione del popolo curdo (vedi The Dark Cloud over Turkey) nel suo paese. Abbiamo incontrato Kemal che ha risposto così alle nostre domande.

Cominciamo dal suo paese. Qual è la situazione in Turchia?

"Oggi si sta scrivendo una pagina terribile per il nostro paese: due milioni e mezzo di persone, costrette a lasciare la propria terra, 12 milioni di ettari di foreste incendiate per "snidare i guerriglieri", 2.000 villaggi bruciati e 1.700 persone uccise. Eppure la questione curda non è così complessa come, ad esempio, il conflitto tra Israele e palestinesi. I curdi non chiedono indipendenza. Non è necessaria dato che vivono con i turchi da oltre mille anni. Vogliono semplicemente i loro diritti: che venga riconosciuta la propria lingua, la propria musica, la proprio identità. Ma alla soglia del 2000, succede ancora che sia consentito a un paese membro del Consiglio d'Europa di perseguitare una minoranza. E questo perché l'Europa e gli Stati Uniti lo hanno tollerato. Se solo avessero dato il loro appoggio ai democratici turchi, questa situazione si sarebbe risolta nel giro di un anno".

Lei ha conosciuto la storia delle persecuzioni curde durante la sua infanzia attraverso il canto dei bardi che giravano di villaggio in villaggio. Ora è lei a raccontare al mondo le sofferenze di questo popolo.

"Noi sappiamo che questi paesi senza la stampa internazionale non hanno voce. Ed è stato così anche in Italia, dove fino a un anno fa pochi parlavano della questione curda. La lotta per la democrazia in Turchia non ha avuto l'eco del Vietnam, dell'Afghanistan o della Bosnia. Io ho un'idea fissa sulle sorte dell'umanità. Se vogliamo arrivare a una soluzione occorre che le organizzazioni della società civile, gli organismi non governativi, come Amnesty International o Médecines sans frontières diventino forti tanto quanto gli Stati. Nel nostro paese Amnesty ha fatto molto, ma non ancora abbastanza".

Lei è stato dirigente del Partito comunista turco, che alla fine degli anni Sessanta era contrario all'invasione della Cecoslovacchia. Ora chiama in prima linea gli intellettuali per farsi carico delle questioni centrali dell'umanità. In Turchia più volte è stato accusato di essere uno scrittore partigiano. Lei pensa che la sua letteratura possa definirsi impegnata?

"Non credo alla letteratura impegnata. Sono le persone che si impegnano. Io sono marxista, ma non faccio letteratura marxista. Credo nella libertà dell'uomo in tutta la sua pienezza, nell'indipendenza, nelle libertà culturali e nella libertà dei paesi quali condizioni primarie della mia visione del mondo. Nessun uomo dovrebbe ostacolare il potenziale creativo del proprio simile. E' in questo senso che sono un uomo impegnato. Sono un marxista che fa di tutto per pensare liberamente. E se la vita di uno scrittore è impegnata come possono non esserlo le sue opere? Io non credo allo scrittore chiuso nella torre d'avorio ma non penso che l'arte debba diventare propaganda. Non bisogna snaturare il romanzo e l'arte anche se per una causa giusta: non bisogna mentire per avere ragione, come hanno fatto gli scrittori del realismo socialista".

A otto anni già lo chiamavano "Yashar il bardo". Da allora non ha mai smesso di raccontare la sua terra e il suo popolo. Il ciclo di Memed è tradotto in 36 paesi e lei è stato definito il figlio di Omero. Si riconosce in questa definizione?

"Sono cresciuto in un villaggio della Cilicia e racconto ciò che ho vissuto. Esattamente come hanno fatto Kafka o Tolstoj oppure Balzac. Kafka ha scritto Il processo e Il castello perché era vissuto in un ambiente di burocrati. Io racconto il Mediterraneo e il monte Tauro. Sono un romanziere del cambiamento e racconto le trasformazioni avvenute in Turchia. Nel mio paese, nel paese dei miei romanzi, sono stato testimone della scomparsa, nell'arco di pochi anni, di una gran quantità di valori. Nel libro Il canto dei Mille Tori, per esempio, racconto della fine del nomadismo attraverso la vicenda di Haydar Usta che passa trent'anni della sua vita a fabbricare una preziosa spada da donare al bey in cambio di un po' di terra per il suo popolo, così come era accaduto cent'anni prima alla tribù Yöruk. Ma la spada, pur preziosa, non ha più alcun valore e nessuno darà loro della terra da coltivare. Mentre scrivevo il libro avevo sempre nella mia testa due opere: Il cappotto di Gogol’ e Ladri di biciclette di De Sica. Anche qui un oggetto - il cappotto e la bicicletta - hanno per i due uomini un valore enorme. Non volevo imitarli, ma portare il mio contributo all'idea della relatività del valore degli oggetti. Nel caso di Gogol’ e di De Sica è la persona protagonista. Nel mio romanzo è tutta la comunità che investe su un oggetto. In realtà i contadini non credono come Haydar nella spada, ma credono disperatamente nel bisogno di credere. L'idea di fondo del romanzo è proprio questa: vedere come al fondo della disperazione si può ricreare la speranza".

Con i suoi romanzi lei è riuscito a unire una tecnica narrativa antica come quella dei cantori dei villaggi con una lingua nuova, al punto che è stato pubblicato un glossario per comprendere meglio il suo lessico.

"Ho sempre cercato di creare una lingua nuova per il romanzo. Sono arrivato a introdurre termini inediti nel linguaggio letterario, espressioni usate nella lingua quotidiana parlata in Anatolia. Ci sono sei miliardi di uomini sulla terra, e sei miliardi di lingue. Se un romanzo è ben fatto, ogni persona ha la sua lingua. Io ad esempio vengo dalla Cilicia, una grande pianura. Se leggo un romanzo e leggo la parola pianura vedo subito la mia Cilicia, ricreo la mia pianura. Chiunque legge un libro lo ricrea, reinventandolo a suo modo, traducendolo nella sua personale lingua. Per questo penso che il romanzo non morirà mai. Perché si rinnova ogni giorno.

(in L'Espresso del 5-9-1996)

Kemal
Titoli / Titles

Kemal
Autori / Authors

Kemal
Testi/Texts

Kemal
Premi /Awards

Su e con Kemal
On and with Kemal