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Conversazione con Suzanne Dracius
Nel romanzo narra anche di una strana setta parigina, gli Eboni, giovani invasati che cercano di perseguire il ritorno alle proprie origini africane, attraverso la messa in atto di strani rituali. Quanto c’è di realistico in questi giovani estremisti? Si è ispirata a qualche situazione reale?
A dire il vero ho inventato la setta degli Eboni, ma non dal nulla: ispirandomi a diverse osservazioni del reale nel corso del mio lungo soggiorno parigino. Ho anche anticipato, in L’altra che danza, la creazione di movimenti o gruppuscoli che hanno fatto parlare di sé qualche anno più tardi. Nel romanzo, la creazione degli Eboni (nome forgiato sulla parola inglese “ebony”, ebano, e Boni, Neri di Guyana discendenti da schiavi marroni) richiama a una rivalutazione del ruolo dell’Africa nell’eleborazione dell’ideologia antillana, facendo leva sulla necessità di rivedere il modo in cui quel continente si pone nell’immaginario letterario. Vi si affronta il paradigma di una negritudine afro-centrica e maschio-centrica (il capo degli Eboni è un giovane macho, e le donne in quella setta, sono “marchiate” come bestiame e trattate come tali). Gli Eboni sono giovani antillani che vivono a Parigi e qui mal digeriscono l’eredità della deportazione dei loro lontani avi dell’Africa verso i Caraibi, poi l’esodo economico dei loro genitori verso la “metropoli” nel XX secolo, specialmente con il Bumidom (Ufficio immigrazione dei Dipartimenti d’Oltremare) creato nel 1963 per sistematizzare l’immigrazione dei giovani antillani verso la “metropoli”. Gli Eboni sono i figli di quei giovani antillani provenienti dalle classi meno abbienti che arrivarono nell’Esagono in massa a partire dagli anni ’60, alla ricerca di impiego e qualificazione. Trovarono il primo e non sempre la seconda. La loro istallazione nelle grandi città era il risultato di diversi fattori: la crisi delle piantagioni di zucchero alle Antille, la fine della guerra d’Algeria, e i bisogni della Francia “in maniche di camicia” per rispondere allo sviluppo dei principali servizi pubblici: assistenza pubblica (ospedali), poste e telecomunicazioni, dogane, trasporti (Sncf, Ratp), ecc. In realtà, per questi “immigrati”, lavoratori e poi studenti, la Francia vera fu ben lungi dall’essere la Francia sognata. La sensazione di essere diverso se non straniero rafforzò prima la nostalgia, poi un sentimento comune di appartenenza che fece cadere tra loro le barriere sociali. In Francia, stettero più facilmente a contatto di quanto non sarebbe successo alle Antille, nei balli, nelle serate culturali, durante manifestazioni sportive o circoli di discussione sulle notizie del paese. Infine, la questione della liberazione che proveniva dal Terzo Mondo risvegliò una buona volta una memoria diffusa. Il razzismo allora, in una Francia in guerra, galoppava e spessissimo né l’estrema destra né la polizia francese distingueva tra antillano e arabo. (Mio padre stesso – meticcio – rientrò una sera pieno di sangue: aveva salvato da un incendio un bambino, ma i poliziotti l’avevano pestato, finché il loro superiore non gli presentò le sue scuse scoprendo che era martinicano, e quindi francese, e funzionario per di più. Avevano guardato la sua pelle prima dei documenti. Un clima del genere era adatto a far riemergere il malcontento delle umiliazioni coloniali.
Revhana è sicuramente il personaggio più problematico de L’altra che danza, una ragazza ostinata ma non ingenua, cresciuta a Parigi ma impegnata ad avvicinarsi alla cultura africana, di cui è comunque figlia. È un personaggio vincente o perdente, a prescindere dagli esiti della storia? Le sue scelte e i suoi principi sono validi, almeno in teoria? In che cosa sbaglia Revhana?
La traiettoria di Rehvana è al contempo una vittoria e uno scacco. Senza voler deflorare il finale, poiché non si deve privare il lettore del piacere della scoperta dell’intrigo, sottolinerò che l’ultima parola è «Africa». Rehvana ha trovato una certa Africa, finalmente. Ma è una macabra vittoria, una vittoria di Pirro. Benché la prima parte del romanzo sia ostensibilmente situata a Parigi, in realtà è la prima fase africana della diaspora antillana: Rehvana ha raggiunto gli Eboni, setta di giovani antillani “esiliati” che si sforzano di essere africani. In seguito Rehvana prende il volo per la Martinica, per tornare a Parigi nella parte finale. Tuttavia, come se lo specchio fosse convesso, il viaggio di Rehvana non riflette fedelmente quello della diaspora antillana ma la sua immagine deformata, dal momento che l’Africa che lascia dietro di sé era un simulacro, perché la setta degli Eboni costruisce una ri-creazione allucinatoria di un’Africa mitica che non corrisponde ad alcuna realtà. Anche la Martinica del ritorno è il prodotto della sua immaginazione, e il romanzo sottolinea lo scarto tra la costruzione di Rehvana e la Martinica reale. Al posto di fornire una sussistenza, la Parigi sulla quale infine Rehvana ripiega le offre solo miserie. Così, benché il viaggio di Rehvana ritracci apparentemente la diaspora antillana, il ciclo è, nei fatti, deviato. Il testo indica allora l’impossibilità del ritorno alle origini così essenziale all’ideologia panafricana. Fin dall’apertura, il romanzo stabilisce un dialogo costante con gli autori canonici del movimento della negritudine, Césaire e Senghor, allo stesso modo che con il loro successore, Fanon. L’influenza di Senghor si fa sentire nella struttura stessa del romanzo, ciascuna parte del quale è un “canto”, e c’è anche un’allusione diretta al poeta senegalese, con cui gli Eboni ce l’hanno a morte in quanto capo di stato a causa della sua politica. Il primo saggio di Fanon, “Pelle nera, maschere bianche”, resta un “sottotesto” importante nell’insieme del romanzo. Così, quando gli Eboni progettano di mettere una bomba al Beaubourg, «quella fortezza del patrimonio intellettuale occidentale che addomestica e asservisce la cultura negra svuotandola della sua sostanza», nella speranza di «spazzar via di colpo quella mascherata e agitare, alla rinfusa, pelli bianche e arlecchini neri», essi invocano sarcasticamente Fanon a rafforzamento del loro atto di terrorismo. | |
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Suzanne Dracius L’altra che danza Traduzione di Leonarda Oliveri Cover Marco Ceruti 2010, NT 5, 210x140 pagine 269 euro 16,00 Isbn 978-88-8003-335-6
Poetessa, drammaturga e narratrice, Suzanne Dracius (Fort-de-France, 1951) ha diviso la sua vita fra la Martinica e Parigi. Laureata in Lettere Classiche alla Sorbona, ha insegnato a Parigi, all’Université des Antilles-Guyane in Martinica fino al 1996 e negli Stati Uniti come “visiting professor”. Rivelazione letteraria grazie al romanzo L’altra che danza, finalista al Prix du Premier Roman 1989, il suo corpus include due poemi in creolo con traduzione francese; la raccolta di racconti Rue Monte au Ciel (2003, campione di vendite); saggi storici e il “fabulodramma” Lumina Sophie dite Surprise (2005). È curatrice di antologie (Premio Fètkann Mémoire du Sud/mémoire de l’humanité 2005). Per la sue raccolta di poesie, Exquise déréliction métisse (2008) le è stato conferito il Prix Fetkann 2009. Le sue opere sono tradotte in più lingue e studiate nelle università di tutto il mondo. |
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