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Conversazione con Suzanne Dracius
Matildana, all’opposto, è molto equilibrata nel suo essere meticcia. Convive tranquillamente con il colore scuro della sua pelle, in un mondo in cui questo rappresenta spesso un ostacolo. Tuttavia anche Matildana, alla fine, tornerà in Martinica. È inevitabile questo ritorno? o meglio, il legame con questa africanità atavica è davvero impossibile da spezzare, soprattutto per chi, diversamente dalle due sorelle, è impegnato a cancellare le tracce della propria negritudine in un mondo in cui ancora non è facile essere accettati per ciò che si è?
La mia parte vulcanica mi permette di abbordare senza pregiudizi la questione di sapere se si sta bene o male nella propria pelle, questione strettamente legata al tema della sessualità e del genere. Lo faccio da un punto di vista femminile e non fallocratico, dal punto di vista del punto G, oserei dire, dal punto di vista del piacere femminile, poiché la mia sensualità e il mio erotismo sono femminili: sono al femminile plurale. Deploro che in Martinica, come nella Roma antica, si vota un vero e proprio culto al fallo, al punto tale che le madri dicono alle vicine: «Fate entrare le vostre pollastrelle, faccio uscire i miei galletti»! Insorgo contro la violenza delle relazioni uomini-donne, percettibile, in creolo, già nel termine “coquer” (sgusciare) – che esprime l’atto sessuale basico, bestiale, quasi brutale, un po’ incurante del piacere della donna, connotato dallo sbrigarsi, dal disprezzo dei preliminari – e in quell’altro termine, “couper” (tagliare, troncare), per dire “fare l’amore”, con tutta quella aggressività contenuta, come nelle parole creole che designano il pene: il “ferro”, il “callo”, ecc... con ogni connotazione possibile della durezza. (Sì, la dura legge del ventre può esplicare il contenzioso. Sì, alle Antille come nella schiavitù antica, la legge “ex utero” stipulava che ogni essere nato dal ventre di una donna schiava era schiavo. Ma questo non basta a giustificare l’ingiustificabile, poiché questa legge, chi la fece? Degli uomini. Certo non delle donne!) Ma mi difendo da ogni manicheismo; non penso che tutto sia tutto nero o tutto bianco, da buona meticcia. Non nego la responsabilità delle madri martinicane, che educano i loro figli nel sentimento della loro superiorità. Tale madre, tale figlio! Sono loro che fabbricano i “machos”. Che si possa un giorno dire: «Tale madre, tale figlia»! Che vadano oltre il peso del machismo ammesso, integrato e trasmesso dalle donne stesse! Io vado oltre, voglio disfarmi del peso di questa condizione femminile. È quel che fa la mia eroina Matildana, senza per questo essere castrante. Non «ragazzo mancato», no! Detesto questa espressione. (Come se, per affermarsi, una ragazza dovesse essere un mezzo ragazzo!... Un ragazzo fallito?!) Dalla sintassi latina, che un dono venuto non si sa bene da dove mi ha permesso di captare perfettamente, ho attinto questa forza: multiple negazioni si distruggono, pervenendo a un’affermazione. A forza di non essere né questo né quello, meno questo, meno quello, né del tutto nera, né del tutto bianca, si ottiene un risultato positivo. Idem in algebra. Certo, ho sofferto, da piccola, delle regole di grammatica francese in cui tuttavia eccellevo: «il maschile vince sul femminile», o in musica, a solfeggio: «un bianco vale due neri». Ma sapere, è potere. Ogni sapere mi ha insegnato come e dove trarre la mia forza. Poiché sono convinta che il sapere è la terra della gente senza terra, io che sono di quei «soffi di vento portati in giro» fino a una terra che, si diceva, non ci apparteneva, noi che, si diceva, non appartenevamo a noi stessi, essendo ridotti in schiavitù. Come ho vissuto il mio meticciato e la mia femminitudine? Per esempio, a questa grammatica francese, mi è stato dato di opporre la sintassi latina, meno misogina, bizzarramente, della francese: l’epiteto di due nomi, uno maschile, l’altro femminile, si accorda al nome più vicino. Anche se femminile. Così, se rifiuto di continuare a considerare la storia delle Antille attraverso il solo sguardo del colonizzatore, rifiuto altresì di avere una visione manicheista della società martinicana, in cui non ci sarebbe alcuna possibilità di riconciliazione tra le diverse etno-caste, tra la diversità dei neri, mulatti, indiani, bianchi – békés o metropolitani – e altri, cinesi, palestinesi, ebrei, siriani, libanesi che popolano questa piccola isola di Martinica, e possono vivere intelligentemente in questo microcosmo, questo mondo in miniatura. Donna, femminile, ma al femminile plurale, ecco come vivo. Marrone, quindi, marrone di cuore e di color marrone chiaro, «la pelle salva», come si dice orribilmente in Martinica (salva da cosa? dalla maledizione d’essere nera?), voglio salvarmi, non solo salvare la mia pelle, ma salvare me, andare lontano, sorpassare questi vecchi pregiudizi e i complessi arcaici dei tempi di Fanon. Sono il contrario di un “bounty”, quel dolcetto alla noce di cocco, bianco dentro, cioccolato fuori. Al contrario, non ho vergogna dei miei avi schiavi, sono fiera della loro resistenza. Non ho vergogna della mia parte nera piuttosto che della mia parte bianca legata ai miei avi bucanieri o békés – anche se deploro che fossero schiavizzatori. Mi fortifico anche del sangue indiano che scorre nelle mie vene – sangue d’Indiani con e senza piume, caraibici e “koulis” venuti dall’India dopo l’abolizione della schiavitù. E provo meraviglia anche d’avere, per coronare il tutto, quella bisnonna cinese arrivata alla fine del XIX secolo e che sposò il mulatto che doveva diventare il mio bisnonno paterno. Incarnazione vivente della riconciliazione, 100% sangue misto, vorrei che tutte le mie eroine, al femminile plurale, si rivelassero essere delle donne in piedi, delle donne levate, come la Matildana di “L’altra che danza”, «ben piantata nella confusione dei suoi diversi sangui».
Le Antille comprendono alcuni tra i paesi più poveri del mondo, e nel libro lei racconta anche la situazione di molti bambini costretti a convivere con miseria e violenza. Costretti, loro malgrado, a diventare adulti molto più velocemente dei loro coetanei occidentali. Cosa prevede per il futuro dei giovanissimi di questi paesi? E cosa auspica?
Non si può trascurare l’ampiezza della crisi sociale che scuote le nostre isole. Le cifre, ahimè, parlano da sole. Guadalupa, Martinica e Réunion hanno il tasso di disoccupazione più alto d’Europa. Fra i giovani la disoccupazione supera il 50% in Guadalupa e Réunion, mentre la Martinica e la Guyane fanno appena meglio, con, fra i 15-24enni, il 47,8% del tasso di disoccupazione in Martinica, contro il solo 19,4% in media in Francia e il 15,6% dell’Unione europea. È vero che i Dipartimenti d’Oltremare hanno una demografia dinamica. La popolazione attiva aumenta dal 2 al 4% annuo, mentre stagna nell’Esagono. Ed è sicuramente più facile far diminuire la disoccupazione nel secondo caso... Ma c’è anche un problema di qualificazione. La prova sta nel fatto che il tasso di disoccupazione tra i giovani qualificati non è più alto alle Antille che alla «metropoli», come affermano gli economisti. Il mercato del lavoro è anche più fragile Oltremare di quanto non lascino supporre le sole cifre della disoccupazione. I settori pubblici funzionano da ammortizzatori sociali: rappresentano il 37% degli impieghi in Martinica e il 28% in Guadalupa, contro il 20% in «metropoli». La soluzione passa quindi attraverso la formazione nei settori dove ci sono sbocchi. Non essendo né politologa né economista ma semplicemente cittadina e scrittrice, libero, così come le sento, le riflessioni che mi suggeriscono le vostre domande su ciò che prevede il futuro per i giovanissimi. Vivo su un vulcano, che brontola talvolta più forte di quanto l’incomprensione permetta. Essa è anche attizzata da alcuni... Abbiamo avuto, un anno fa, un lunghissimo sciopero generale dal quale l’economia è uscita esangue, ma le energie sono lì, le energie sono intatte. Ogni forma d’energia: il formidabile potenziale che lascia augurare questa formicolante gioventù e ciò che può offrire quest’isola al vento, col suo sole e i suoi mari. Per il futuro della gioventù di Martinica, si potrebbe per esempio scommettere su uno sviluppo economico ed ecologico equo: sarebbe giudizioso, per esempio, sviluppare l’energia solare e altre energie rinnovabili, cosa che fornirebbe nello stesso tempo degli impieghi. Noi che siamo delle isole di sole, per risarcirci di quel «Re Sole» che firmò il sinistro Codice nero alla fine del XVII secolo per regolamentare la schiavitù dei nostri antenati, oggi, all’alba del XXI secolo, ciò che il suddetto Re Sole – Luigi XIV – ci ha rifiutato, il solare che è ecologico ed economico può rendercelo. Mi sono anche stancata di dire che forse c’è petrolio a Caravelle e che delle trivellazioni erano in corso... Ma quella è una vecchia energia! Abbiamo vento, marosi, sole. Forti dei nostri alisei, delle ricchezze delle nostre acque, della nostra energia solare, mi metto a sognare che potremmo risolvere una buona parte dei nostri problemi con le pale eoliche, pannelli solari, ecc. Quante energie sprecate!... La congiuntura è cambiata molto dall’anno in cui ho scritto L’altra che danza, ma ahimè una buona parte dei problemi sollevati dal romanzo sono sempre all’ordine del giorno nel mondo reale, con una cresciutà acuità. Qualcuno, fra i giovani e i meno giovani, tende a dire: né meticcio né mulatto né “chabin”, sei nero. Ma non è una cosa così diffusa. I martinicani di ogni età continuano a designarsi con l’etichetta di “chabin”, più che mai, perché si divertono anche a estendere il termine “chabin” a bianchi biondi, abbronzati e ricci. Ed è sempre tabù, in Martinica, dire di qualcuno che è nero. Si dice “bruno” o “scuro”, si usano eufemismi. Infine ci sono quelli che alzano la voce non appena gli si parla dei «neri del mondo». Per loro c’è una quantità di neri diversi con problemi diversi; non si sentono più vicini ai neri degli altri continenti più che ai bianchi di Francia, al contrario! Per loro è un’abberrazione pensare i “Neri” anche con una N maiuscola, i Neri è un artefatto. In quanto martinicani affermano che i loro problemi non hanno a che vedere con quelli dei Neri d’Africa o d’America. Quando è si è esaltata la fierezza nera durante l’elezione di Obama, le loro voci si sono levate per ricordare che benché nero sarebbe stato presidente degli Usa, non il presidente dei Neri del mondo; avrebbe servito gli interessi degli americani di ogni colore prima di servire gli interessi degli afro-americani. Ma tutte le speranze sono permesse, un gran vento di speranza si è levato sulle Isole del Vento come altrove.
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Entretien avec Suzanne Dracius
Il sito ufficiale di Suzanne Dracius
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Suzanne Dracius L’altra che danza Traduzione di Leonarda Oliveri Cover Marco Ceruti 2010, NT 5, 210x140 pagine 269 euro 16,00 Isbn 978-88-8003-335-6
Poetessa, drammaturga e narratrice, Suzanne Dracius (Fort-de-France, 1951) ha diviso la sua vita fra la Martinica e Parigi. Laureata in Lettere Classiche alla Sorbona, ha insegnato a Parigi, all’Université des Antilles-Guyane in Martinica fino al 1996 e negli Stati Uniti come “visiting professor”. Rivelazione letteraria grazie al romanzo L’altra che danza, finalista al Prix du Premier Roman 1989, il suo corpus include due poemi in creolo con traduzione francese; la raccolta di racconti Rue Monte au Ciel (2003, campione di vendite); saggi storici e il “fabulodramma” Lumina Sophie dite Surprise (2005). È curatrice di antologie (Premio Fètkann Mémoire du Sud/mémoire de l’humanité 2005). Per la sue raccolta di poesie, Exquise déréliction métisse (2008) le è stato conferito il Prix Fetkann 2009. Le sue opere sono tradotte in più lingue e studiate nelle università di tutto il mondo. |
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